Nell’immaginario collettivo dei giovani contano molto di più le interazioni virtuali che il fascino del lavoro manuale. E’ il segno inconfutabile dei tempi. Per esempio, continua a diminuire in Italia il numero degli artigiani, maestri di manualità. Dal 2012 sono scesi di quasi 325 mila unità e negli ultimi dieci anni solo nel 2021 la platea è aumentata, seppur di poco, rispetto all’anno precedente. Secondo l’analisi elaborata dalla Cgia di Mestre su dati Inps, l’anno scorso si contavano poco più di un milione e mezzo di artigiani. E poiché i numeri non sono opinabili Vercelli, Teramo e Lucca risultano le province con la maggiore flessione percentuale. Qui, in dieci anni si sono persi tre artigiani su dieci, mentre Trieste, Napoli e Bolzano resistono con perdite contenute. Quindi non solo i giovani sono sempre meno interessati a lavorare in questo ambito professionale, ma anche chi ha esercitato la professione per tanti anni e non ha ancora raggiunto l’età anagrafica o maturato gli anni di contribuzione per beneficiare della pensione, spesso preferisce chiudere la partita Iva e continuare a rimanere nel mercato del lavoro come dipendente che, rispetto a un artigiano, ha sicuramente meno preoccupazioni.
Addio imprese familiari. Diminuisce il numero degli artigiani e anche il paesaggio urbano sta cambiando volto. Sono ormai ridotte al lumicino le botteghe che ospitano calzolai, corniciai, fabbri, falegnami, fotografi, lavasecco, orologiai, pellettieri, riparatori di elettrodomestici e Tv, sarti, tappezzieri, attività, in maggioranza dei casi a conduzione familiare, che per decenni hanno contraddistinto la storia di molti quartieri, piazze e vie, diventando dei punti di riferimento che davano un’identità ai luoghi in cui operavano. Fortunatamente ci sono settori artigianali che stanno vivendo una fase di espansione, in risposta ai bisogni contemporanei, e sono quelli del benessere e dell’informatica. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un costante aumento di acconciatori, estetisti e tatuatori. Nel secondo, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i videomaker, gli esperti in social media. Purtroppo, l’aumento di queste attività non compensa il numero delle chiusure presenti nell’artigianato tradizionale.
Saracinesche abbassate e città più insicure. Basta osservare con attenzione sia le periferie sia i centri storici per accorgersi che sono tantissime le insegne rimosse, le vetrine fatiscenti e le saracinesche abbassate. Sono un segnale forte del peggioramento della qualità della vita di molte realtà urbane. Queste attività conservavano l’identità di una comunità ed erano presidio in grado di rafforzare la coesione sociale di un territorio. Con meno botteghe e negozi di vicinato, diminuiscono i luoghi di socializzazione a dimensione d’uomo rendendo meno vivibili e più insicure le zone urbane che subiscono queste chiusure, penalizzando soprattutto gli anziani.
Le cause. Il forte aumento dell’età media, provocato in particolar modo da un insufficiente ricambio generazionale, l’impari concorrenza esercitata dalla grande distribuzione e in questi ultimi anni anche dal commercio elettronico, il boom del costo degli affitti e delle tasse nazionali e locali hanno costretto molti artigiani ad arrendersi. I consumatori, inoltre, hanno cambiato il modo di fare gli acquisti. Da qualche decennio hanno sposato la cultura dell’usa e getta, preferiscono il prodotto fatto in serie e consegnato a domicilio. La calzatura, il vestito o il mobile fatti su misura sono ormai un vecchio ricordo; il prodotto realizzato a mano è stato scalzato dall’acquisto scelto sul catalogo on line o preso dallo scaffale di un grande magazzino. Non caso i primi a cadere sotto i colpi del consumismo sono stati falegnami, calzolai e tappezzieri.
I possibili rimedi. «Negli ultimi 40 anni c’è stata una svalutazione culturale spaventosa del lavoro manuale – riflette Roberto Bottan, presidente della Cgia – l’artigianato è stato dipinto come un mondo residuale, destinato al declino e per riguadagnare il ruolo che gli compete ha bisogno di robusti investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese. Oggi, invece, sono percepiti dall’opinione pubblica come scuole di serie “B”. Per alcuni, infatti, rappresentano una soluzione per parcheggiare i ragazzi che non hanno una grande predisposizione allo studio. Per altri costituiscono l’ultima chance per consentire a quegli alunni che provengono da insuccessi scolastici, maturati nei licei o nelle scuole tecniche, di conseguire un diploma di scuola media superiore». Il paradosso è che nonostante la crisi e i problemi generali che attanagliano l’artigianato, gli imprenditori da tempo segnalano la difficoltà a reperire personale disposto ad avvicinarsi a questa professione. «In tutto il Paese – continua Bottan – si fatica a trovare nel mercato del lavoro giovani disposti a fare gli autisti, gli autoriparatori, i sarti, i pasticceri, i fornai, i parrucchieri, gli idraulici, gli elettricisti, i manutentori delle caldaie, i tornitori, i fresatori, i verniciatori e i batti-lamiera. Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile assumere carpentieri, posatori e lattonieri. Più in generale, comunque, l’artigiano di domani sarà colui che vincerà la sfida della tecnologia per rilanciare anche i saperi. Alla base di tutto, comunque, rimarrà il saper fare che è il vero motore della nostra eccellenza manifatturiera».
I numeri. A Vercelli, Teramo Lucca e Rovigo, come detto, si registrano le flessioni in termini percentuali più elevate. Seguono Lucca con il -27, Rovigo con il – 26,3 e Massa-Carrara con il -25,3 per cento. Le realtà che, invece, hanno subito le flessioni più contenute sono state Trieste con il -3,2, Napoli con il -2,7 e, infine, Bolzano con il -2,3 per cento. In termini assoluti le province che hanno registrato le “perdite” più importanti sono state Bergamo con -8.441, Brescia con -8.735, Verona con – 8.891, Roma con -8.988, Milano con -15.991 e, in particolar modo, Torino con -18.075 artigiani. Per quanto riguarda le regioni, infine, le flessioni più marcate in termini percentuali hanno interessato il Piemonte con il -21,4, le Marche con il -21,6 e l’Abruzzo con il -24,3 per cento. In valore assoluto, invece, le perdite di più significative hanno interessato l’Emilia Romagna (-37.172), il Veneto (-37.507), il Piemonte (-38.150) e, soprattutto, la Lombardia (60.412 unità).



