Alfredo Mantovano è forse oggi il personaggio politico più potente d’Italia: se Giorgia Meloni è la leader e la rappresentante del potere, lui, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ne è il reale e concreto gestore. Passano dalla sua scrivania tutti i dossier più delicati di questa fase della vita italiana.
Certo, sapevamo fin dalla nascita del governo che Mantovano era destinato a occupare un posto chiave nella stanza dei bottoni, come, del resto, da sempre accade a chi occupa la poltrona di sottosegretario a Palazzo Chigi. Una figura che, di fatto, è il vero “vice” del premier, colui che, da posizione defilata, manovra le principali leve del potere.
Ma nel caso di Mantovano c’è qualcosa di più, come se fosse lui l’architrave del governo, il punto d’appoggio, inattaccabile, su cui può contare la Meloni, il risolutore dei problemi e il silenzioso mediatore tra poteri talvolta in conflitto.
La prova eclatante della sua crescita di peso politico l’abbiamo vista nei giorni scorsi, quando la premier gli ha affidato la direzione della cabina di regia sull’immigrazione che si riunirà ogni settimana a Palazzo Chigi: si tratta di un vero e proprio commissariamento del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. E di uno schiaffo a Matteo Salvini (garante politico dello stesso Piantedosi), che non farà parte del nuovo organismo ancorché sia il ministro delle Infrastrutture, quindi il responsabile dei porti in cui attraccano i navigli carichi di migranti. La tragedia di Cutro ha lasciato il suo segno. Ma ancora più devastanti per il governo sono risultati gli sbarchi a gogò di quest’estate. La mossa di affidare la gestione dell’emergenza a Mantovano ha anche il significato, per Giorgia, di sottrarre a Salvini il tema incandescente dell’immigrazione, che sarà, con ogni probabilità, uno dei leit motiv della imminente campagna per le elezioni europee.
La crescita del sottosegretario è avvenuta, nei mesi passati, di pari passo con l’aumento della turbolenza tra il governo e le opposizioni nonché tra l’esecutivo e importanti pezzi dello Stato come la magistratura. È lui che ha messo tacere tutti nella polemica, provocata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, sulla possibile riforma del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Gli sono bastate cinque parole per spegnere l’incendio ingenuamente appiccato dal Guardasigilli: «Non sono in discussione modifiche».
Opportuno e provvidenziale, Mantovano non spreca neanche una parola, al contrario di quanto fanno i ministri più ciarlieri. I discorsi seri e veri, il sottosegretario non ama farli in piazza ma negli incontri riservati con le controparti del governo riguardo ai temi più spinosi, come appunto quello sulla riforma della giustizia. Mantovano, egli stesso proveniente dai ranghi della magistratura, è l’interlocutore della parte più dialogante delle toghe per smussare gli angoli più impervi dell’annunciata legge sul sistema giudiziario. Diciamo che il sottosegretario è diventato l’ingranaggio più delicato per il funzionamento delle istituzioni nel tempo del governo della destra. È lui a garantire che la macchina dello Stato non vada incontro a intoppi destabilizzanti. Non a caso, il presidente Sergio Mattarella lo considera l’interlocutore privilegiato tra Colle e Palazzo Chigi.
Ma qual è il segreto di Mantovano, oltre alle doti personali di serietà, equilibrio, competenza? Per quale motivo lo possiamo considerare il Richelieu di Giorgia Meloni? Perché, al pari del cardinale di Luigi XIII, riesce a mantenere in equilibrio le varie componenti, potenzialmente in conflitto, dello Stato? Perché tutti gli riconoscono il prestigio necessario per essere ascoltato nelle più delicate mediazioni all’interno delle istituzioni?
Le risposte sono diverse e derivano dal fatto che il sottosegretario rappresenta il volto serio e granitico della destra che ha conquistato il governo dell’Italia. Mantovano non è infatti un “tecnico”, ma un uomo che ha fatto, alternandolo con il lavoro di magistrato, un significativo percorso politico. È stato parlamentare di Alleanza nazionale, ricoprendo anche il ruolo di sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Berlusconi. Conosce in modo approfondito sia il mondo della politica sia quello, apparentemente “neutrale”, dello Stato e dei suoi apparati.
È profondamente cattolico, ma non ha nulla a che vedere con i vecchi democristiani.
La grande qualità è di saper gestire il potere senza essere uomo di potere, nel senso di non esservi attaccato in modo spregiudicato, ma dando sempre l’idea di agire in base a princìpi morali e senso dello Stato.
Insomma, l’antropologia di Alfredo Mantovano è “anomala” rispetto a quella che normalmente frequenta i Palazzi romani. Ma ciò lo rende una grande risorsa per la destra di governo. E per le istituzioni della Repubblica.



