Hamas, Israele contro il Vaticano: ma qual è la politica estera della Chiesa?

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Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha contestato il segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede Paul Gallagher, facendogli presente che Israele “si aspetta che il Vaticano esprima una condanna chiara e inequivocabile delle azioni terroristiche omicide dei terroristi di Hamas che hanno colpito donne, bambini e anziani per il solo fatto di essere ebrei e israeliani. È inaccettabile che sia stata diffusa una dichiarazione in cui si esprime preoccupazione soprattutto per i civili di Gaza, mentre Israele sta seppellendo 1.300 persone assassinate”, ha detto il ministro di Tel Aviv.

A questo punto è ufficiale, il Vaticano ha un serio problema per ciò che riguarda la sua politica estera. Lo si era capito già con il conflitto in Ucraina dove l’atteggiamento di papa Francesco ha finito con lo scontentare tutti. Troppo neutrale, troppo equidistante, al punto da essere risultato ambiguo da ambo le parti in causa, da Mosca come da Kiev, tant’è che tutti i tentativi di mediazione portati avanti dalla Santa Sede non sembrano aver minimamente contribuito a smuovere nulla. Colpa forse proprio dell’atteggiamento eccessivamente prudenziale del pontefice che non è stato abbastanza convincente. Al punto da risultare “inaffidabile” tanto agli occhi dei russi che degli ucraini pur avendo avuto il merito di non allinearsi alla narrazione anti russa della Nato.

Ora lo stesso copione sembra ripetersi sulla questione israelo palestinese dove torna a mancare una posizione da parte del Vaticano. Papa Francesco ha detto: “‘Continuo a seguire con tanto dolore quanto accade in Israele e in Palestina e penso ai tanti, in particolare ai piccoli e agli anziani. Rinnovo l’appello per la liberazione degli ostaggi. Chiedo con forza che i bambini, i malati, gli anziani, le donne e tutti i civili non siano vittime del conflitto. Si rispetti il diritto umanitario, soprattutto a Gaza, dove è urgente e necessario garantire corridoi umanitari e soccorrere tutta la popolazione. Fratelli e sorelle già sono morti moltissimi, per favore non si versi altro sangue innocente né in Terra Santa né in Ucraina, o in qualsiasi altro luogo, basta, le guerre sono sempre una sconfitta, sempre”, ha affermato Bergoglio.

Belle parole, perfettamente condivisibili, come assolutamente condivisibile è l’appello alla pace, alla preghiera e al digiuno che il papa ha rinnovato. Ma superato l’aspetto religioso, qual è la posizione politica del Vaticano? Può concretizzarsi soltanto con il lanciare appelli e preghiere per la pace?

Sulla questione palestinese la Chiesa ha sempre avuto una posizione chiara, ed è quella che ha portato avanti per oltre vent’anni Giovanni Paolo II seguito poi da Benedetto XVI. Una posizione chiaramente orientata alla costruzione di due Stati, uno israeliano l’altro palestinese, ma senza ambiguità o equilibrismi. Nessun papa come Wojtyla ha fatto passi da gigante nel dialogo con il mondo ebraico, ma quel papa era altresì consapevole di come il legittimo diritto degli israeliani di vivere in sicurezza, non potesse prescindere dall’altrettanto sacrosanto diritto dei palestinesi di vivere liberi in uno Stato indipendente, senza più occupazione. Giovanni Paolo II del resto veniva da un Paese occupato, la Polonia, ed aveva vissuto sulla propria pelle gli orrori compiuti dagli occupanti, i tedeschi prima e i sovietici dopo. Per questo appariva molto sensibile alle ragioni del popolo palestinese condannando l’espansionismo coloniale  israeliano, i muri in Cisgiordania, gli assedi e le repressioni compiute contro i civili dopo gli attentati di Hamas. E non perché simpatizzasse per i terroristi, ma perché sapeva perfettamente come la strategia di Hamas fosse proprio quella di provocare Israele per scantenare la sua reazione e spingere il popolo palestinese ad una nuova Intifada, vanificando i colloqui e le speranze di pace.

E’ un dato di fatto di come la Chiesa nei luoghi santi abbia sempre sostenuto la causa palestinese e si sia mostrata solidale con il dramma dei profughi. Una vicinanza e solidarietà che i leader palestinesi, Arafat prima e Abu Mazen, poi hanno sempre ricambiato presiedendo ogni anno alle celebrazioni del Natale presso la basilica della natività di Betlemme. Ma nonostante ciò nessuno ha mai accusato Wojtyla di antisemitismo dal momento che la Chiesa riusciva comunque, al di là di naturali momenti di tensione come durante i giorni dell’assedio israeliano a Betlemme, a mantenere ottimi rapporti con Israele riconoscendo il suo diritto ad esistere e difendersi. Merito di una diplomazia vaticana che sapeva fare politica estera.

Oggi invece di fronte alla strage compiuta da Hamas il Vaticano si è trovato come spiazzato al punto che la posizione della Chiesa è stata espressa dai patriarchi di Terra Santa. Orientamento che il governo israeliano non ha gradito dal momento che, a giudizio di Tel Aviv, porrebbe sullo stesso piano aggressori ed aggrediti e non condannerebbe il terrorismo palestinese.

E oggi è arrivata la protesta ufficiale del ministro israeliano che sembra quasi voler dettare la linea al Vaticano, di fronte ad un papa Francesco che non si capisce bene da quale parte stia.

E’ evidente come da parte della Santa Sede sia necessario rivedere la politica estera perché sempre più spesso sembra determinata dagli eventi o appunto dalle ingerenze esterne, come se la Chiesa non sapesse mai da che parte stare, o avesse il timore di schierarsi preferendo mantenersi in equilibrio. Peccato che poi questo equilibrio come detto rischi di essere scambiato per ambiguità, risultando del tutto inefficace sul piano diplomatico.

Ancora più duro nei confronti del papa è stato il filosofo francese di origini ebree Alain Finkielkraut il quale ha parlato in un’intervista a La Stampa di “papa screditato, catastrofe per la Chiesa e l’Europa”.

Il filosofo accusa Francesco di favorire con le sue politiche dell’accoglienza la scomparsa della civiltà europea, diversamente da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che avevano invece impostato il loro magistero sulla difesa dell’identità cristiana dell’Occidente. Poi, accusa ancora più grave, quella di aver sempre negato la violenza islamista. E questo purtroppo è confermato da tante dichiarazioni del pontefice che non ha mai voluto condannare il terrorismo islamico quando ha colpito nel mondo, limitandosi ad una generica condanna della violenza, e anzi ha minimizzato la matrice religiosa accusando gli stessi cristiani di praticare violenza sotto altre forme. E questo ha portato molti a considerare Bergoglio il papa più sbagliato per l’epoca che stiamo vivendo.

Insomma, una Chiesa senza bussola è proprio il caso di dire, che mentre osserva il mondo bruciare per le conseguenze di una pseudo terza guerra mondiale combattuta a pezzi, discute al proprio interno di preti sposati, unioni gay, ordinazione delle donne e altre questioni tanto care al mondo cattolico progressista e modernista. Ma la triste realtà è quella di una Chiesa sempre più ininfluente sullo scacchiere internazionale, applaudita dai potenti per le sue posizioni migrazioniste, ambientaliste, climatiche, ma del tutto marginale rispetto alla capacità di incidere sui destini dei popoli e del mondo.

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