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Dogman, ritorno al cinèma du look per Luc Besson – La recensione

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Presentato in concorso alla 80ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Dogman per Luc Besson è un ritorno alle origini, a quel cinèma du look che sconquassò la scena cinematografica per una decina di anni, tra gli 80′ e i 90′, andando a cambiare il modo e lo stile di fare cinema.

Partendo da un articolo di giornale che raccontava di un bambino chiuso in gabbia quando aveva cinque anni, il regista francese si chiede «Che cosa può diventare? Un terrorista o Madre Teresa?». Da questa suggestione comincia a immaginare la sua vita.

Caleb Landry Jones è Douglas, cresciuto nel New Jersey tra le violente angherie del padre e del fratello, che lo tengono prigioniero nella gabbia dei cani da combattimento. Arriva all’età adulta con enormi ferite psicologiche e fisiche, essendo confinato alla sedia a rotelle con il precario uso delle gambe. Solo i suoi adorati cani gli danno sollievo: sono addestrati a rispondere a ogni suo comando, e per conto del loro padrone aiutano i bisognosi e rubano nelle case dei ricchi.

Besson, scrive e dirige un’opera in perfetto equilibrio tra elementi a prima vista inconciliabili aiutato in questo dalla splendida interpretazione di Caleb Landry Jones, che si propone come uno dei più probabili candidati per una nomination ai prossimi Golden Globe e all’Oscar. Sarebbe bastato un nonnulla per finire nella caricatura, nella macchietta, invece grazie all’attore americano la pellicola, intriga, diverte e commuove.

Il protagonista catalizza la scena con i suoi cani che insieme all’arte sono un vero e proprio balsamo per lui. Impossibile non avere empatia e  non rimanere affascinati e rapiti davanti alle sue esibizioni en travesti, imitando alla perfezione icone come Édith Piaf, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe.

La maschera in questo caso non nasconde, non crea l’altro da sé, ma palesa i veri sentimenti di Douglas, facendo venire fuori il sensibile bambino amante del teatro shakespeariano.

Dogman è un racconto ad orologeria, una sorta di matrioska, dove ogni pezzo viene fuori al momento giusto della storia, oscillando tra  dolore e struggente poesia. Besson finalmente si riappropria della sua personale visione del mondo e ce la mostra con straordinario talento.

 

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