Caso Giambruno-Meloni. I veri ipocriti sono i moralisti della sinistra

giovedì, 26 Ottobre 2023
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Sul caso Giambruno-Meloni si è scritto e si sta scrivendo di tutto.

Da un lato, ci sono gli “assertori della riservatezza” (della serie, il privato legittimamente non si tocca); dall’altro, i fustigatori pubblici della sinistra capaci solo di mettere in risalto la asserita contraddizione (per loro regola classica della destra), di predicare bene e razzolare male.

In questo caso, la triade“ Dio-Patria e Famiglia”, inveratasi nella triade “Io-patrimonio e tengo famiglia”. Tradotto, l’inno della doppiezza da parte di chi combatte i diritti Lgbtq, la famiglia arcobaleno e il laicismo, dati come dogma indiscutibile rispetto al medioevo di ritorno.

Di certo la premier, fin dal suo insediamento, a livello mediatico, può essere ritenuta la più efficace icona della sinistra; mentre al contrario, la Schlein simboleggia la conservazione del pensiero unico, del politicamente corretto, dello status quo, del ceto dominante a livello culturale, economico e sociale.
La Meloni, infatti, è stata la prima donna capo del governo, capo della coalizione vincente alle urne, protagonista nelle relazioni internazionali, stimata dai capi che contano nel mondo; espressione di grinta, coraggio e puntiglio, e addirittura “femminista” a tal punto da liquidare velocemente il suo compagno per gli imbarazzanti fuori onda.

Che smacco, che esempio e insegnamento per una sinistra che da decenni ha abbandonato il suo Dna, trasformandosi in sinistra fucsia, complice di ogni governo, di ogni strategia giustizialista o di ogni operazione di Palazzo per disarcionare esecutivi scelti dal popolo.

Per quanto attiene al caso in questione, che ha fatto divertire la politica, la cultura, gli intellettuali, il riflesso da mettere in evidenza è più sottile, in primis, dal punto di vista antropologico.
Se a sinistra si grida all’ipocrisia (“ora la Meloni sarà più cauta nel comunicare ed esaltare il valore della famiglia naturale”), la risposta da dare è che l’accusa viene dai moralisti da quattro soldi. E spieghiamo perché.

E’ naturale che si cerchi la coerenza tra dichiarazioni politiche e comportamenti specifici. E chi riveste cariche istituzionali si deve impegnare al massimo. Ma nessuno può arrogarsi il diritto di rappresentare la perfezione.
E’ una tipica postura americana, puritana, calvinista, che non a caso porta sparati alla “cancel culture”, ai processi ideologici di Norimberga di un presente che giudica e condanna a posteriori il passato.
E noi, come noto, nel bene e nel male copiamo sempre gli Usa, tradendo e svendendo una tradizione, un’identità originarie e originali sicuramente non inferiori.

Bill Clinton non fu condannato dall’opinione pubblica americana in quanto beneficiario di una prestazione sessuale da parte della stagista Monica Lewinsky, ma per il fatto di aver mentito al suo popolo.
Un moralismo assoluto, figlio della pretesa protestante degli Usa di incarnare il bene e la felicità secondo Costituzione.

Ma noi, credenti o no, abbiamo un impianto morale cristiano, basato sul perdono, sulla redenzione, la conversione, il cambiamento.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra: chi può dire con onestà intellettuale di essere sempre stato nella propria vita all’altezza delle parole pronunciate e totalmente fedele ai valori che ha scelto?
La politica poi, è l’arte di conciliare l’assoluto del pensiero col reale possibile; un equilibrio precario che rischia di mettere continuamente e quotidianamente i leader dei partiti alla berlina.
Naturalmente, non si tratta di elogiare l’incoerenza, ma di essere umani e inclusivi. E la sinistra-moralista non lo è, specialmente se sul banco degli imputati c’è la destra.
Palmiro Togliatti, il Migliore, viveva more uxorio con Nilde Iotti, ma si guardò bene dal pretendere che la sua condizione personale, individuale, diventasse un obbligo collettivo (come ora, la mistica secondo la quale ogni desiderio deve diventare un diritto). Contribuì da comunista a scrivere l’articolo 29 della Costituzione, che non definisce la famiglia, ma la riconosce come prima società naturale, preesistente all’impianto giuridico degli Stati.
Non concepiva la Repubblica come la mera certificazione delle proprie pulsioni individuali, ma pensava a ciò che fosse bene per tutti, indipendentemente dalle proprie fragilità e povertà.
Un ottimo messaggio da girare ai moralisti anti-Giorgia.

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