Scherzo alla Meloni. E se la trappola non è stata russa, ma interna?

giovedì, 2 Novembre 2023
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In soldoni, a bocce ferme, sta emergendo che non si sia trattato di uno scherzo, ma di una trappola studiata a tavolino.

Due comici (in arte Vovan e Lexus), in modalità “Zanzara globale”, capaci di arrivare dovunque e prendere in giro molti grandi della terra (Merkel, Sanchez, Johnson, Bush, Kissinger, la Lagarde), non perforano i sistemi di sicurezza così facilmente; non sono così informati dei fatti come appare dalle loro conversazioni telefoniche. Per interloquire, anche bleffare con personaggi di alto calibro politico e non, occorre studiare bene, oltre che possedere buone qualità psicologiche.

E poi, come regola oggettiva di comunicazione, in un dialogo a distanza, quello che conta sempre non è l’avvio (in questo caso) della telefonata, ma l’ultima domanda: è lì che si nasconde l’inganno, il vero obiettivo dello scherzo, della trappola, della provocazione.

E quale è stata l’ultima domanda posta alla presidente Meloni? Bandera e il patriottismo: ecco il trabocchetto buttato fintamente a caso, che ha suscitato sospetti da parte della premier, che ha iniziato a sospettare circa gli argomenti trattati dal presunto presidente della Commissione africana.

Ma andando al sodo, solo una cosa si può dire: una riflessione sulla permeabilità dei nostri sistemi di sicurezza va fatta. Per il resto, da parte dello staff di Palazzo Chigi, forse un eccessivo zelo “nel pensare come potrebbe pensare” la Meloni. E’ noto che ogni argomento relativo all’Africa, al piano Mattei, la vede molto sensibile e impegnata in prima linea.

L’incompetenza dello staff della Meloni è un cavallo di battaglia della sinistra. Ma chi scrive non pensa tanto allo staff, quanto a chi ha passato la telefonata. Se fossimo nei suoi panni un’inchiesta interna sarebbe legittima. La burocrazia istituzionale è un lascito storico di chi ha occupato da decenni le istituzioni, nel segno che la destra quando vince alle elezioni conquista la buccia, ma non la polpa del potere. Non è escluso che il trappolone possa esser venuto da dentro i nostri apparati, per far cadere la premier. Cosa che non è accaduta.

Perché, in quanto a contenuti, con massimo dispiacere per la sinistra, la premier ha ribadito di essere un vero leader: di avere le idee chiare, di essere coerente rispetto a quello che dice e che fa.
E comunque la scissione tra ciò che si proclama pubblicamente e il parlare riservato, non è un peccato, ma un codice consolidato della politica, della diplomazia e dello Stato in genere. E invece, pure da questo punto di vista nella comunicazione della Meloni abbiamo riscontrato una obiettiva coerenza. Frasi come “L’Europa sull’immigrazione ha pensato di poter risolvere il problema relegandolo all’Italia”, “A Bruxelles dicono di capire il problema, ma i fatti sono un’altra cosa”, coincidono perfettamente con le scelte del governo.

Si può colpevolizzare la Meloni per aver detto che “vede stanchezza” sull’Ucraina? Ha detto la verità, ciò che pensano tutti. Non è una contraddizione, ma la riprova che c’è un politico che ascolta e rappresenta l’umore collettivo della società. E’ in sintonia col paese. Uno può anche criticare la propria moglie, non per questo divorzia. Essere stanchi non è negazione di decisioni assunte, o mancato rispetto dei patti internazionali, ma realismo.

E la sinistra politica, intellettuale e mediatica, che si concentra sui toni, fa processi alle intenzioni, parla di brutta figura e inciampo istituzionale, dovrebbe ricordare le continue reiterate doppiezze, ambiguità, contraddizioni della Schlein (proprio sulle armi all’Ucraina), col partito, col gruppo parlamentare di Bruxelles e proprio sull’inceneritore, l’ambiente, l’utero in affitto etc. E le contraddizioni di Conte, a capo di un partito che incarna il peggiore trasformismo italico.

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