Come era prevedibile l ultraliberista di destra Javier Milei è il nuovo presidente dell’Argentina.
Ha vinto il turno di ballottaggio con il 56% dei voti, contro il candidato peronista progressista Sergio Massa che si è fermato al 44,04% in un’elezione che segna una svolta storica per il Paese. Al primo turno (LEGGI QUI) Milei aveva fatto flop arrivando secondo rispetto al suo avversario, ma il supporto dei conservatori e delle forze di destra rimasti fuori dalla partita, ha permesso il sorpasso confermando così le previsioni della vigilia che lo vedevano favorito.
Lo hanno ribattezzato il Trump di Buenos Aires, e non a caso l’ex presidente degli Stati Uniti è stato il primo a complimentarsi con lui. Milei si definisce anarco-liberista ma da un’attenta lettura delle sue ricette appare evidente il tentativo ben riuscito di colorare, con un’aggressiva dose di estremismo populista, il programma economico tradizionale della destra, ovvero: libero mercato, eliminazione delle tariffe pubbliche e dei sussidi statali, riduzione del deficit e della spesa pubblica, privatizzazioni delle aziende statali. Il tutto con forti elementi che in Italia chiameremmo “grillini” in ricordo del Beppe Grillo del Vaffa Day. Armato di motosega infatti Milei ha promesso di abbattere la casta, eliminare drasticamente tutti gli sprechi, smantellare la Banca centrale argentina e avviare una forte politica di dollarizzazione del Paese. Una sorta di “americanizzazione” dell’Argentina, una svolta capitalista che visti i precedenti non propriamente riusciti fa guardare al nuovo corso con un legittimo scetticismo.
L’Argentina si trova dunque ad un bivio. Gli oppositori interni, ma soprattutto gli analisti internazionali, considerano le ricette di Milei perdenti in partenza, dal momento che lo stesso programma che il nuovo presidente propone di realizzare oggi, fu attuato agli inizi degli anni novanta dal governo peronista di Carlos Menem, con il risultato che nel 2001 il Paese era sull’orlo della bancarotta. Ciò provocò anche una crisi del peronismo, visto che le ricette liberiste di Menem spinsero la corrente di sinistra capitanata da Nestor Kirchner a creare un movimento peronista di stampo socialista. E da allora peronisti di destra e di sinistra, salvo brevi parentesi si sono alternati alla guida del Paese, fino ad oggi. La vittoria di Milei in qualche modo mette fine proprio alla continuità istituzionale e politica del peronismo, inteso come sistema in grado di sopravvivere offrendo alternative a se stesso, grazie alle sue diverse versioni conservatrici e progressiste.
Ma la situazione economica del Paese è a dir poco drammatica e ha avuto quindi buon gioco Milei a farsi strada promettendo di rovesciare il sistema e di rivoluzionare l’economia argentina, riportando il Paese, parole sue, ad essere una grande potenza economica a livello mondiale. Ci riuscirà?
C’è chi fa notare come quello della dollarizzazione sia un progetto puramente utopico, dal momento che mancano i soldi, almeno 20 miliardi, per poterlo avviare, a fronte di debiti con il Fondo monetario internazionale di oltre 30 miliardi di dollari. Milei è però convinto di poter contare su un consistente rientro di capitali, circa 200 miliardi depositati all’estero, grazie alla sua vittoria e all’attuazione del suo programma di governo basato su meno tasse ed una pace fiscale, ma si tratta di una previsione, sempre a detta degli analisti, tutta da verificare. Sta di fatto che durante la campagna elettorale del ballottaggio Milei, incassato il sostegno dei conservatori, ha moderato le sue posizioni, mettendo nell’armadio la motosega e indossando abiti più istituzionali, più da destra di governo e meno rivoluzionaria.
Ma non tutti sono così pessimisti: “Le possibilità di successo onestamente non le sa nessuno – spiega ai microfoni della RSI Loris Zanatta professore di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna. “Va detto che anche qualora avessero vinto, i peronisti delle misure di shock le avrebbero dovute prendere. Il Governo si trova dal punto di vista economico, oltre che istituzionale e sociale, una vera e propria bomba in casa. E la via del gradualismo è stata in qualche modo bruciata dal precedente governo non peronista, quello di Macri. Quindi si capisce che Milei, esattamente come aveva detto, prometta ora di andare a fondo presto e subito. Però le possibilità di successo non le sa neppure Milei, perché la situazione è talmente grave che nessuno può conoscere gli effetti. Però può essere che l’impatto sia positivo sui mercati internazionali, almeno a medio termine”.
Di certo come detto la vittoria di Milei segna il fallimento del peronismo, e Zanella da questo punto di vista è impietoso: “Il peronismo viene da un lungo ciclo di dominio dell’ala Kirchner, quindi la più profondamente e visceralmente populista del peronismo, che tra l’altro ha beneficiato all’inizio del secolo di un decennio di straordinaria opportunità economica, visto il prezzo alle stelle delle materie prime che l’Argentina esporta. Che uso ha fatto di queste risorse? Purtroppo, invece di farne un uso produttivo a lungo periodo, ha pensato, come ahimè ha fatto molte volte in passato il peronismo, a coltivare la sua clientela con piani assistenziali, con un atteggiamento puerilmente anticapitalista di chiusura autarchica all’interno. E oggi i nodi sono venuti al pettine, con un Paese che ha un’inflazione a tre cifre, una disoccupazione elevatissima, i giovani delle classi medie che scappano dal Paese. Se noi non comprendiamo questo fallimento e questa situazione drammatica del Paese, diventa impossibile comprendere la vittoria di una figura così estrema e, ripeto per tanti aspetti eccentrica come Milei” (LEGGI QUI).
Sarà soltanto nei prossimi mesi che si capirà se gli argentini hanno fatto bene a fidarsi, o se invece hanno compiuto un salto nel buio. Certo è che di fronte ad un’economia in sofferenza e ad un tasso di povertà che ha raggiunto cifre da capogiro, agli argentini non restavano grandi scelte se non tentare un cambiamento radicale, affidandosi ad un personaggio eccentrico senza dubbio, controverso su molti aspetti (vedi le sue posizioni in campo etico, contrario all’aborto ma favorevole al traffico di organi e alla libera vendita delle armi, aperto sui diritti Lgbt) ma capace di parlare alla pancia del Paese e a catalizzare il consenso di un popolo che non ha visto migliori e più convincenti alternative.



