Mes, il gioco comincia a farsi duro. E Giorgia Meloni si diverte a strapazzare Elly Schlein in risposta a un attacco che le ha rivolto la leader del Pd.
Su questo tema la premier deve però guardarsi anche dall’alleato-rivale Matteo Salvini, il quale è pronto a sfruttare un eventuale ammorbidimento di Giorgia per sbugiardarla davanti al suo elettorato.
Certo è che la questione del Meccanismo europeo di stabilità sta diventando politicamente incandescente e la Meloni deve camminare sui carboni ardenti: da una parte c’è l’oltranzismo della parte più dura e pura del suo elettorato, dall’altro la minaccia permanente dello spread, sempre pronto a levarsi in volo a ogni sussulto sovranista del governo. Da questo impasse, la Meloni potrebbe uscire con la classica mossa del cavallo. Ma, prima di parlarne, cerchiamo brevemente di ricostruire quello che è successo in questi ultimi giorni.
Ha dato fuoco alle polveri la segretaria piddina accusando la premier di «tenere ferma l’Europa sul Mes». Dichiarazione incauta, perché dei problemi connessi al Meccanismo europeo di stabilità, si parla da anni, vanamente. I vari governi sostenuti dal Pd non hanno dimostrato alcuna voglia di ratificarne la modifica. Il motivo è semplice: le nuove norme potrebbero, nel medio-lungo periodo, rivelarsi decisamente pericolose per l’Italia, perché prevedono meccanismi particolarmente stringenti per gli Stati che dovessero farvi ricorso: praticamente un commissariamento della politica economica, una invasione di campo effettuata, neanche dalla Commissione di Bruxelles (organismo comunque politico), ma addirittura dai tecnocrati che manovrano lo stesso Mes. Oggi tutti dicono che l’Italia non avrà mai bisogno di un simile aiuto finanziario. Però nessuno è in grado di prevedere quello che potrebbe accadere tra qualche anno, magari di fronte a eventuali manovre speculative contro il nostro Paese.
Comprensibile quindi la prudenza dei passati governi. Comprensibile anche l’opposizione dell’attuale esecutivo. Che bisogno aveva la Schlein di mettersi a fare, in questo delicato momento, la fervente europeista? Nessuno. E infatti ha avuto buon gioco la Meloni nel ribatterle: «C’è una domanda che faccio alle opposizioni: voi siete stati al governo 4 anni, se il Mes era così fondamentale, perché non l’avete ratificato in tempi rapidi?».
Senonché la pressione sull’Italia è in questo momento fortissima. E la Meloni deve stare attenta a non trasformare il Mes in una questione ideologica, cosa che ci porterebbe nel mirino dell’establishment europeo, con i mercati nuovamente nervosi e con lo spread conseguentemente in risalita. Vale la pena ricordare che il nostro è l’unico Paese Ue a non aver ancora ratificato il nuovo meccanismo, circostanza che sta esponendo Roma agli attacchi di tutti gli euro-ortodossi.
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti spostano la battaglia su un altro fronte, quello dell’opposizione alle pretese tedesche sulla riforma del Patto di stabilità. Non che vi sia un collegamento diretto tra le due questioni, ma è evidente che la rigidità italiana sul Mes è diventata di fatto una carta da giocare nella trattativa sulle nuove regole fiscali europee.
Fino a quando però Giorgia potrà resistere alla pressione europea? È evidente che qualcosa dovrà, prima o poi, concedere. A quel punto si potrebbe ritrovare contro Salvini, il quale sta già inviando segnali minacciosi contro un eventuale ammorbidimento italiano sul Mes. Il rischio per la Meloni non è tanto la stabilità del governo, quanto invece la possibilità offerta al leader della Lega di utilizzare contro di lei una formidabile arma protagonistica nella prossima campagna elettorale per le Europee.
Come può la premier uscire da questa impasse? Come si accennava prima, con la classica mossa del cavallo, che in questo caso potrebbe consistere, come da tempo si vocifera, nel legare l’eventuale ratifica del nuovo Mes all’impegno formale, sottoscritto e certificato, che il governo non vi faccia mai ricorso.
Questa condizione potrebbe essere eventualmente rafforzata dall’ adozione di quella che è stata definitiva la “clausola tedesca”, cioè a dire la previsione di una maggioranza qualificata in Parlamento (probabilmente i due terzi) per un’eventuale richiesta italiana di aiuto finanziario europeo. È chiaro che una simile soluzione verrebbe pensata a futura memoria. Ma il dato politicamente interessante è che tale proposta viene da ambienti del Pd. Se Giorgia la facesse propria, otterrebbe un vasto consenso parlamentare nella sua battaglia sul Mes, spiazzando, non solo gli avversari diretti, ma anche qualche suo alleato-serpente. Quella del cavallo è da sempre una mossa micidiale nel gioco degli scacchi. E non solo.



