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Meloni-Scholz, prove di amicizia. Ma c’è chi rema contro

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Meloni e Scholz provano a dettare le regole di una vera amicizia tra Italia e Germania firmando un impegnativo piano di cooperazione bilaterale. Potrebbe essere l’avvio di una nuova stagione, decisamente meno stressante per noi. Ma, come spesso accade in questi casi, c’è chi vuole rovinare la festa. Parliamo del ministro dell’Economia, il liberale Christian Lindner, che ha più volte dimostrato di non voler molto bene agli italiani.

Il timore è che i due Paesi non riescano a sciogliere i nodi strutturali che complicano le loro relazioni in Europa. E sono tutti nodi che riportano sempre agli stessi, annosi problemi: le divergenze di interessi e di visione sulle questioni del debito e della politica fiscale.

E dire che Roma e Berlino ce la stanno mettendo tutta (o almeno così sembra) per appianare i problemi e trovare terreni di comune interesse. Ieri, nella capitale tedesca, nel vertice intergovernativo, si sono incontrate due imponenti delegazioni. Oltre a Giorgia Meloni e a Olaf Scholz c’erano sette ministri per parte. E tutti di primissimo piano. Un simile spiegamento di forze non si vedeva dal 2016, quando l’allora premier italiano Matteo Renzi incontrò, in un altro sostanzioso summit bilaterale Angela Merkel. E accettò i “compiti a casa” che la cancelliera allora gli assegnò.

Stavolta è diverso. Perché nel frattempo ci sono state la devastazione del Covid e due brutte guerre che stanno mettendo in seria crisi l’ordine internazionale: l’Ucraina e il Medio Oriente, manco a dirlo.

In queste condizioni, in questo complicato passaggio storico in cui mezzo mondo sta esplodendo e l’altra parte del mondo (i Paesi del Brics ed altre potenze economiche emergenti) premono per rubare mercati e peso politico all’Europa, in una congiuntura così complessa e delicata, non conviene, né all’Italia né alla Germania, giocare partite solitarie e avere esclusivamente di mira gli interessi di bottega  Tant’è che il piano siglato da Meloni e Scholz comprende i settori strategici della difesa e dell’energia, oltre a una collaborazione più stretta sul fronte dell’emergenza migranti.

Poi però gli interessi di bottega riemergono (e anche nel modo più misero) quando si tratta di riscrivere il Patto di Stabilità. Italia e Germania sono, a tutt’oggi, su fronti contrapposti. E il confronto tra ministri dell’Economia dell’area euro rimane al calor bianco. Mesi e mesi di incontri all’Ecofin non hanno portato a nulla e l’ultima chiamata è per l’8 dicembre. Dopodiché, se ancora non si trovasse un accordo, si tornerebbe alle vecchie regole, che nessuno peraltro dice di volere. Sarebbe davvero un disastro per l’Europa, le cui istituzioni perderebbero inesorabilmente di credibilità.

Il maggiore ostacolo viene, come abbiamo detto, da Lindner, il quale, a fronte di un piano più soft di rientro dal debito nel corso degli anni, ha alzato l’asticella riguardo al deficit consentito ogni anno: dal 3 all’1 per cento, e senza neanche togliere dal computo le spese per investimenti e Pnrr. Se non è una provocazione, poco ci manca. Nella malaugurata ipotesi in cui dovesse passare una linea simile, sarebbe un vero disastro per noi (e non solo): ci condanneremmo ad altri anni di manovre misere e magre. Praticamente, per l’Italia, sarebbe Quaresima perpetua.

Ovviamente sia la Meloni sia Giorgetti tengono il punto. E minacciano di far saltare il banco: non solo il blocco all’infinito del Mes, ma anche il ritorno delle vecchie regole. Con la proposta Lindner, passeremmo in ogni caso dalla padella alla brace.

La premier ieri a Berlino è stata molto chiara: «Noi non stiamo chiedendo di fare una politica di bilancio allegra, abbiamo solo il problema di proteggere i nostri investimenti strategici. Gli stessi che ci chiede Bruxelles». Uno spiraglio, per la verità, sembra averlo fatto intravedere lo stesso Scholz quando, davanti alla Meloni, ha affermato: «Non possiamo costringere nessun Paese in una programma di austerità».

Speriamo solo che il cancelliere tedesco non abbia pronunciato queste concilianti parole per mero senso di cortesia verso gli ospiti italiani. Il momento della verità verrà tra una quindicina di giorni, quando ci sarà il faccia a faccia finale tra Giorgetti, Lindner e gli altri ministri dell’Economia.

Certo è il fatto che il ministro tedesco è ispirato da motivazioni decisamente piccine. È leader di un partito (i liberali del Fdp) in caduta libera nei sondaggi: dal 10, è precipitato al 5%. Facendo la voce grossa in Europa, Lindner spera così di recuperare consensi, visto che il suo elettorato è composto dai duri e puri del rigore in salsa protestante e germanica.

Sarebbe davvero assurdo se interi popoli europei fossero condannati all’austerità senza via d’uscita per gli interessi di un partitino tedesco al 5%. Sicuramente non accadrà, ma, già il fatto che si paventi un simile rischio, la dice abbastanza lunga sull’insensatezza di tante regole europee.  

 

 

 

 

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