Cure palliative Vs suicidio assistito. La carica delle regioni in difesa della vita

mercoledì, 17 Gennaio 2024
4 minuti di lettura

“Dobbiamo accompagnare alla morte ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio. Va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti perché i più deboli, in questo caso i malati, non diventino mai oggetto di scarto”.

Queste le parole pronunciate da papa Francesco nel febbraio 2022 durante un’udienza generale dedicata al tema delle cure palliative. Parole oggi più che mai attuali di fronte al tentativo dell’Associazione “Luca Coscioni” di far legiferare le regioni sul tema del fine vita e del suicidio assistito, attraverso la presentazione di apposite proposte di legge.

Tentativo che si configura a tutti gli effetti come una forzatura costituzionale. Non possono infatti le regioni legiferare su materie di assoluta competenza dello Stato come diversi costituzionalisti hanno evidenziato, che necessitano chiaramente di un’uniformità di carattere nazionale. Sul suicidio assistito non è possibile che ogni regione si muova autonomamente, al di fuori di normative nazionali in grado di assicurare principi di uguaglianza su argomenti delicati come la tutela dell’integrità fisica della persona. L’associazione Coscioni punta in questo modo a colmare a livello regionale un vuoto normativo nazionale, in virtù della competenza concessa alle regioni in campo sanitario.

Per contrastare questo tentativo diverse regioni italiane, Basilicata, Lazio, Marche, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana, Veneto e Sicilia per iniziativa dei gruppi di Fratelli d’Italia e Lega, hanno indetto per domani, giovedì 18 gennaio, il The Care Day, una giornata dedicata al tema delle cure palliative, come alternativa alla cultura dello scarto e della morte promossa dai sostenitori del suicidio assistito.

Interverranno importanti relatori fra giuristi, esperti di bioetica, medici palliativisti con l’obiettivo di favorire un confronto rivolto a promuovere progetti di legge che abbiano al centro l’erogazione e lo sviluppo delle cure palliative in tutte le sue forme, come del resto stabilito dalla legge 38 del 15 marzo 2010.
Questo ovviamente non vuol dire accanirsi sul paziente nel tentativo di allungargli il più possibile l’esistenza, applicando terapie inutili che rischiano di essere più dannose che benefiche. L’accanimento terapeutico non può essere in nessun caso accettato e consentito, specie appunto quando non c’è alcun margine di efficacia delle terapie e l’unico risultato è quello di allungare un’agonia fatta di sofferenze e dolori.
Ma un conto è accettare la morte come evento inevitabile che non è possibile impedire accompagnandolo con le cure necessarie a lenire le sofferenze, altro è provocare la morte stessa con l’obiettivo evidente di anticiparla rispetto al suo corso naturale. E’ necessaria quindi una chiara scelta di campo, senza sotterfugi e ambiguità: si vuole stare dalla parte della vita o della morte?

Se si sceglie la prima opzione non si può pensare di difendere il diritto alla vita soltanto quando si è in perfetta salute e non ci si deve confrontare con la sofferenza propria o con quella dei propri cari. Se si sceglie invece di accettare come lecito, ed introdurre giuridicamente un diritto al suicidio, si rischia di entrare in una spirale molto pericolosa che potrebbe avere ripercussioni su tutte le possibili fragilità. Si rischia di far passare un messaggio negativo e sbagliato, ovvero che le fragilità sono l’ostacolo allo sviluppo di un’esistenza felice ed un problema per la società, che è bene “scartare” per evitare che possano costituire un serio problema per l’individuo, per le famiglie e per i servizi sanitari che devono gestirle.

Abbiamo lottato e impiegato anni per affermare  un messaggio di civiltà, ovvero che le disabilità non sono un handicap ma una risorsa e che compito delle istituzioni è favorire la piena inclusione sociale e l’inserimento delle persone fragili a tutti i livelli. Siamo riusciti a superare tanti pregiudizi che negli anni passati impedivano la piena integrazione dei soggetti fragili, emarginandoli e condannandoli ad una vita fatta di incomprensione ed isolamento. Oggi rischiamo di far passare un messaggio opposto, quasi riportando le lancette indietro nel tempo, appunto facendo prevalere una cultura dello scarto oggi rivolta verso i malati terminali, domani verso qualsiasi altra forma di fragilità.

Sarebbe però un errore marchiano ridurre il dibattito ad uno scontro fra cattolici e laici, perché come è stato ampiamente dimostrato, contro il suicidio assistito si sono pronunciate anche illustre personalità del mondo laico. Basti pensare che uno dei testi più critici al riguardo è stato scritto in America da un docente dell’Università di Sunderland, Kevin Yuill che si è sempre dichiarato orgogliosamente ateo, ma nonostante ciò ha cercato di dimostrare come opporsi al suicidio assistito non sia affatto un principio cattolico, ma di civiltà giuridica. Kevin Yuill ha infatti evidenziato come sia molto pericoloso legalizzare la somministrazione della morte trasformandola in un trattamento medico a disposizione di qualsiasi persona desiderosa di lenire le proprie sofferenze. Nel suo libro il docente americano racconta casi particolari che dimostrano la realtà del suo allarme, fra cui il caso di un’anziana di 77 anni che in Canada, dove il suicidio assistito è legale, si è fatta somministrare il trattamento soltanto perché affetta da un’artrosi che le provocava dolore e le impediva una vita normale.

Oriana Fallaci, che negli ultimi anni di vita ha combattuto contro una gravissima malattia che poi l’ha portata alla morte si è battuta fino all’ultimo contro la narrazione dell’eutanasia come “dolce morte”. Scriveva infatti la nota giornalista, certamente non assimilabile al mondo cattolico: “La parola eutanasia per me è una bestemmia. Io non ci credo alla dolce morte, alla morte che libera dalle sofferenze, perché la morte è morte e basta”. Posizioni che dimostrano come non serva essere credenti per scegliere di stare dalla parte della vita e rifiutare una cultura che promuove la morte come unica scorciatoia o soluzione finale di fronte ad una malattia che non si è più in grado di curare. In questo caso soltanto l’amore è la più efficace delle medicine possibili.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.