L’antifascismo è sbarcato a Bruxelles, guarda caso proprio alla vigilia del voto che potrebbe confermare il vento sovranista che non spira propriamente a favore delle sinistre.
Una Ue tanto silente e dormiente quando si tratta di affrontare temi delicati (a partire dall’immigrazione, la sicurezza, l’adeguamento del patto di stabilità), e tanto veloce, assertiva e operativa quando l’oggetto degli strali sono quei governi o quelle scelte non conformi al pensiero unico radical e liberal (si pensi al diritto di famiglia, alle procedure di infrazione, ai soldi tolti a chi non si allinea, all’obbligo di sostenere l’Ucraina, la stessa campagna vaccinale, la Green economy, la carne sintetica etc).
Ciò che si è visto ieri durante il dibattito all’Eurocamera sui fatti di Acca Larentia, ha rasentato l’isterico e il ridicolo. L’isterico, perché ritenevamo che tale sindrome colpisse unicamente dem e grillini nostrani a corto di idee, ricette e leader spendibili. Ridicolo, per le presenze in Aula.
L’appuntamento, infatti, è stato un flop: dopo i saluti di rito da parte delle istituzioni, solo una ventina di parlamentari, nonostante l’enfasi ideologica degli organizzatori che, a favore di telecamere, si sono avvicendati sul palco, tentando di inchiodare e mettere all’indice gli esponenti del centro-destra italiano (soprattutto Fdi e Lega), colpevoli di simpatizzare con i saluti romani; politici che invece, hanno avuto il merito di riportare al buon senso un confronto unicamente mediatico e strumentale, ad uso e consumo della nostra opposizione.
Opposizione che non perde un attimo per denigrare l’Italia, raffigurandola appunto, come la patria del risorto fascismo, del debito pubblico, dell’inflazione, della disoccupazione, della recessione, della corruzione, della mafia, degli spaghetti e del mandolino. Atteggiamento autolesionista ed esterofilo che non tiene conto dei numeri e dei dati favorevoli alla Meloni.
Ma ciò che ha quasi divertito sono state le parole della commissaria agli interni Ue Ylva Johansson, che si è soffermata sull’attrazione diabolica da parte di precisi ambienti europei nei confronti dell’”uomo forte”, in alternativa alla democrazia. Un messaggio grottesco: come se i leader dei partiti “democratici” vengano apprezzati per essere deboli, insicuri e perdenti. Ma d’altra parte, in tema di patriarcato, meglio che siano femminili piuttosto che forti o autorevoli.
E poi, il presidenzialismo, i re, i presidenti di peso che la storia ci ha offerto, sia in passato sia oggi, sono da esecrare? Conte, la Schlein e company, dovrebbero saperlo: democrazia, regole e decisionismo, sono elementi naturali della governabilità di un paese e del consenso. Se ne facciano una ragione.
Per il resto la “kermesse sinistra” ha visto la ripetizione ossessiva e meccanica di pregiudizi e luoghi comuni cui ormai siamo tristemente abituati. Della serie, “la Meloni non fa opera quotidiana di antifascismo”, “colpisce il suo silenzio sui fatti di Acca Larentia” (lo stesso silenzio che ha caratterizzato i governi precedenti, da Renzi a Gentiloni, passando per Letta, i quali non hanno mai posto la questione).
Più che cronaca è stato teatro. Ma è così, che tra retorica e ipocrisia, la democrazia muore veramente.



