Caso Bigon: la mappa dei cattodem divisi fra obbedienza e coscienza

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Punita la consigliera regionale dem che ha determinato l’affossamento della legge sul fine vita in Veneto.

Annamaria Bigon si è vista ritirare la delega di vicesegretaria provinciale di Verona del Partito democratico considerando che con la sua astensione ha impedito l’approvazione della legge voluta fra gli altri dal governatore leghista Luca Zaia e che aveva portato il centrodestra a spaccarsi; con Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega salviniana schierati per il No, la Lega vicina a Zaia e l’opposizione di centrosinistra invece per il Sì. L’astensione della Bigon è stata determinante per far bocciare la legge richiesta a gran voce dall’Associazione “Luca Coscioni” e che, se approvata, avrebbe permesso al Veneto di essere la prima regione in Italia a dotarsi di una specifica legge in grado di regolamentare il fine vita (materia per altro che secondo diversi costituzionalisti non può essere di competenza regonale).

Tornando alla Bigon, è stata punita dal Pd per aver esercitato quella libertà di coscienza che dovrebbe essere riconosciuta e rispettata nei casi in cui si discutono temi di carattere etico. A maggior ragione dovrebbe garantirla un partito come il Pd che nasce dalla fusione di due tradizioni storiche, quella comunista e quella cattolica di provenienza democristiana, che si è scelto di far convivere. Invece a quanto pare la libertà di coscienza non soltanto non è più ammessa, ma addirittura sanzionata. Si tratta di un provvedimento locale, assunto dal segretario provinciale di Verona Franco Bonfante, ma che inevitabilmente sta avendo ripercussioni anche e soprattutto sul piano nazionale.

La vicenda come detto ha destato clamore perché il voto della consigliera catto-dem è stato determinante per bocciare la legge, ma proprio perché determinante la libertà di coscienza dovrebbe essere ancora più rispettata, nel momento in cui dalla propria scelta può dipendere il destino e la vita di tante persone.

A questo punto è legittimo domandarsi se nel Pd a guida Schlein vi sia ancora posto per i cattolici. L’ex ministro Giuseppe Fioroni la risposta l’ha già data da tempo, abbandonando il Pd immediatamente dopo l’elezione della neo segretaria, consapevole di come la tradizione popolare non potesse più avere cittadinanza in un partito ormai egemonizzato dalla cultura radicale e massimalista incarnata dalla Schlein, e non a caso manifestata sin da subito con una marcata attenzione sui diritti civili. Dopo di lui è stata la volta del senatore Enrico Borghi passato ad Italia Viva, dopo aver detto addio ai dem denunciando come il tema della difesa delle istanze cattoliche fosse in serio rischio di fronte alle derive laiciste della Schlein.

Per smentire l’idea di un Pd anti-cattolico la segretaria ha voluto Paolo Ciani, dirigente storico della Comunità di Sant’Egidio e figura da sempre molto apprezzata nella Diocesi di Roma, vicecapogruppo del Pd alla Camera aprendo per altro un nuovo fronte di polemica per le posizioni pacifiste espresse dallo stesso sulla guerra in Ucraina, e che per molti potevano rappresentare un cambio di strategia del partito rispetto alla collocazione filo Nato e anti-russa. Altri cattolici hanno scelto di restare nel partito, rassicurati dalla Schlein proprio sul riconoscimento del valore della tradizione popolare, gli stessi che oggi però si trovano in serio imbarazzo di fronte alla vicenda Bigon”.

E’ il caso di un altro ex ministro, Graziano Delrio, che fino ad oggi ha cercato di mediare con la Schlein proprio sui temi più delicati nel rapporto con la componente cattolica, ma che nei giorni scorsi ha solidarizzato con la Bigon difendendola dagli attacchi, e parlando di “brutto segnale” con riferimento alla sua destituzione.

Sempre nel fronte cattolico si sono fatti sentire Stefano Lepri e Silvia Costa che hanno parlato di “scelta irragionevole che segnala una grave incapacità di tener conto che la libertà di coscienza è garantita espressamente dallo Statuto del Pd”.

Poi ci sono i cattolici come Dario Franceschini aperti sui diritti civili a detta del quale regolamentare il fine vita non sarebbe affatto in contraddizione con la propria coscienza e il proprio credo religioso. E difatti l’ex ministro della Cultura è stato fra quelli che hanno ritenuto giusta la rimozione della Bigon, diversamente da chi come Debora Serracchiani ha invece criticato la decisione della consigliera veneta, ma specificando che la libertà di coscienza non può essere punita. Segno evidente di come anche nell’area ex popolare le sensibilità siano molto diverse, fra chi come Delrio, Costa e altri ritengono che vada salvaguardata la libertà di coscienza e chi invece come Franceschini ritiene che le scelte politiche debbano avere la precedenza sulle singole sensibilità. Divergenze del resto che si erano già ampiamente palesate ai tempi del governo Prodi e del grande gelo con la Cei del cardinal Ruini, quando l’allora premier ed altri esponenti cattolici del governo, Franceschini e Rosy Bindi su tutti, rivendicavano il diritto di pensarla diversamente dai vescovi, mentre altri, Fioroni e Franco Marini mediavano con le gerarchie.

Va detto che dal Nazareno si sono affrettati a precisare che la decisione di revocare l’incarico alla Bigon è stata assunta a livello provinciale e che non si è trattato di scelte di ordine regionale, e men che mai nazionali. Ma può bastare questa precisazione a rassicurare i cattolici dem sulla possibilità di poter continuare ad esercitare liberamente la libertà di coscienza sui temi eticamente sensibili?

Ad Annamaria Bigon è arrivato l’invito ad aderire a Demos, il cui segretario è appunto Paolo Ciani. L’invito, firmato dal presidente Mario Giro fornisce alla consigliera regionale la possibilità di una scappatoia. Il movimento Democrazia Solidale infatti è federato con il Pd (la nomina di Ciani ne è la conferma) ma mantiene la propria autonomia e non è obbligato a rispettare le direttive del partito. In questo modo la consigliera resterebbe nel centrosinistra, vicina ai dem ma libera di esercitare il proprio diritto all’obiezione di coscienza. Ma può essere davvero questa la soluzione utile a chiudere un caso spinoso che sta chiaramente mettendo in evidenza l’oggettiva difficoltà dei cattolici di portare avanti le proprie istanze, con un leader che ha fatto delle battaglie laiciste un tratto caratteristico della propria identità? Vedremo come la vicenda evolverà, ma appare evidente come il caso Bigon sia soltanto un campanello d’allarme.

Alla fine la vicenda veneta che avrebbe dovuto sancire la spaccatura nel centrodestra e nella Lega in particolare, ha finito per ripercuotersi negativamente su chi era sicuro di poter cantare vittoria.

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