Non ne parla quasi nessuno, i media internazionali stanno sottovalutando la portata della notizia, anche perché rispetto ai comandamenti del pensiero unico liberal, radical, è sconveniente, negativa, esattamente come a suo tempo, i camionisti “anti-green pass” in Canada, in marcia contro il governo, massacrati dal premier mondialista Trudeau,il quale addirittura voleva togliere loro la cittadinanza. E soprattutto, può portare, come in effetti fa e farà, simpatie e voti a Trump.
Ci riferiamo alla “guerra di secessione” in atto negli Usa. Segno evidente e irreversibile dello scontro ormai evidente tra due società americane incompatibili: quella delle metropoli, laicista, globalista, multietnica, tutta diritti civili e poco diritti sociali; e quella profonda delle province, identitaria, religiosa, tradizionalista, suprematista di fatto, che ha come priorità l’immigrazione, la sicurezza e non l’inclusione ideologica e il garantismo portato all’eccesso, come dimostrazione di superiorità morale democratica.
Come definire diversamente il movimento dei camionisti patrioti che numerosissimi si stanno mettendo in marcia verso la frontiera del Messico, raggiungendo subito Virginia Beach, Jacksonville in Florida, per arrivare poi a Eagle Pass in Texas, e successivamente a Yuma in Arizona e infine a San Ysidro, nella iper-progressista California? Gli organizzatori del maxi-convoglio, una marea di tir per sfidare Biden, allo slogan “Riprendiamoci il nostro confine”, si definiscono “l’esercito di Dio” e ce l’hanno con i dem globalisti che minacciano l’integrità della nazione e il lavoro americano. Oggetto del contendere, le politiche immigrazioniste, da sostituzione etnica ecausa acclarata di impoverimento economico per tutti.
Un’onda “sovranista” organica a Trump che non piace al mainstream. Naturalmente il mondo occidentale stenta a monitorarla, comprenderla, preferisce censurarla, e semmai la macchiettizza con le solite parole-chiave: egoisti, corporativi, eversivi, sinonimo di male, associando i suoi organizzatori al famoso colpo di Stato (l’assalto a Capitol Hill).
Ma ciò che più preoccupa Biden è anche la possibilità di una nuova guerra di secessione, un vero e proprio scontro istituzionale: Stati che perseguono una politica e altri che la smentiscono, con la Guardia Nazionale, al servizio di Washington, chiamata a reprimere “i contenziosi”.
E qui non si tratta di aborto, armi o pena di morte (già al centro di dispute ideologiche e differenze legislative), ma di politiche di accoglienza, tra chi vuole erigere muri contro l’arrivo dei migranti e chi invece vuole farli passare.
Il governatore del Texas, il repubblicano Greg Abbot, come noto, ha rivendicato la titolarità della gestione della frontiera americana; una decisione anti-Biden (sono le micce del fuoco elettorale delle prossime presidenziali), che vede il consenso di parecchi governatori del suo partito. E l’esercito di Dio è corso in suo aiuto.
Come andrà a finire? Abbot diverrà un nuovo Robert Lee, il leader dei sudisti? E’ presto per dirlo, ma ormai una cosa è certa: gli Usa sono spaccati in due, un 50% sta con Trump e con tutto quello che incarna: la lotta contro la casta economica, politica, culturale dem. Un popolo che dal basso nega l’attuale rappresentanza politica e istituzionale come mai accaduto nella storia; che non vuole continuare a dare le armi all’Ucraina, intende proteggere con le unghie l’identità storica, religiosa e sociale americana, la sicurezza dei cittadini e dice basta all’immigrazione selvaggia. E adesso a tali istanze si sono aggiunte pure le spinte di scomposizione federale. Un rebus non da poco. L’America implode.


