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Sull’autonomia differenziata c’è un’Italia che non si arrende

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Una vera mobilitazione. Sono arrivati a decine a Pompei: sindaci, presidenti di pro loco e associazioni territoriali, alcuni dalle più remote località dell’entroterra del Mezzogiorno, ormai in fase di avanzato spopolamento. Ma non è solo questo il loro cruccio. Al dramma demografico si aggiungono la storica carenza di servizi essenziali e di risorse da investire sui territori, aggravata dalla mazzata dell’autonomia differenziata, appena approvata in Senato, che loro hanno rinominato “secessione dei ricchi”. Sicché i rappresentanti di un’Italia meno uguale delle altre si sono incontrati nella città mariana per far fronte comune e dar vita alla Rete civica dei sindaci, delle associazioni e dei cittadini del Meridione. Da oggi avranno una voce unica e più alta per protestare non solo per il crescente divario strutturale ed economico con il Nord, ma anche censurare l’assenza o il distacco della classe dirigente “meridionale” dei partiti. Giacomo Rosa, funzionario pubblico, già sindaco di Contursi Terme (Salerno) e presidente della Svimar, l’Associazione per lo sviluppo del mezzogiorno e delle aree interne, spiega i contorni dell’iniziativa.

Presidente, subito dopo l’approvazione dell’autonomia differenziata è arrivata la norma che abolisce il vincolo dei due mandati nei Comuni tra i 5000 e 15mila abitanti. Solo un contentino?

«E’ un primo passo concreto che apprezziamo, non c’è vincolo per i parlamentari non vedo perché doveva ancora sussistere quello per i sindaci dei piccoli Comuni. Siamo alle prese su tante questioni irrisolte che vengono da lontano. Il Mezzogiorno è una pentola a pressione che sta per scoppiare».

Veniamo alla madre di tutte le questioni: l’autonomia differenziata. Quale posizione ufficiale avete assunto alla fine del vostro incontro?

«Noi non abbiamo paura dell’autonomia differenziata in quanto tale. Tuttavia, se questa riforma cancella strumenti come solidarietà, perequazioni e sussidiarietà, previsti dalla Carta costituzionale, è la fine. Lungi da me fare del vittimismo, ma la depredazione del Sud va avanti da decenni: avevamo due efficaci strumenti di ammortizzazione come il Banco di Napoli e la Cassa del Mezzogiorno e sono spariti. A Taranto c’è rimasta la più grande acciaieria d’Europa, che occupa ben diecimila lavoratori. La salveranno o dovremo dire addio all’ultimo grande presidio industriale? Non lo scopro certo io che esiste un enorme divario economico-strutturale tra Nord e Sud. Tralasciando sanità e scuola, da Roma in su è presente un ginepraio di reti ferroviarie che si rincorrono e si incrociano. Da Napoli in giù esiste un solo collegamento su ferro che risale al secolo scorso. Si parla di Alta velocità più che altro per abitudine. Proviamo a colmare seriamente il divario tra le due Italie e poi riparleremo di autonomia differenziata. A Pompei abbiamo creato una rete civica di amministratori, associazioni e cittadini per darci un programma di lavoro e delle prospettive nel rispetto delle reciproche appartenenze politiche. Abbiamo raccolto le osservazioni e le proposte emerse durante il dibattito, ma sia ben chiaro: non abbiamo intenzione di creare alcun nuovo partito, siamo trasversali, ma uniti da problemi comuni. Abbiamo scritto al presidente della Repubblica perché la questione è drammatica. Vogliamo che nell’agenda politica del governo e dei prossimi entri stabilmente la nuova questione meridionale. Un tema fondamentale che la rete di associazioni e di movimenti approfondirà con apposite giornate di studio per spiegare gli effetti dell’autonomia differenziata che mina l’unità del Paese.».

C’è poi il penoso problema dell’assenza della classe dirigente dei partiti, sempre più assente o lontana. Quanto vi pesa non avere più interlocutori?

«Guardi, in una realtà dove nemmeno più le parrocchie aggregano, la mancanza di interlocutori pesa tantissimo. Non sappiamo a chi rivolgerci, a causa anche di una legge elettorale che non ci permette di scegliere i nostri rappresentanti territoriali. Per questo ci siamo dotati di una forma di associazionismo partecipativo. Tempo fa parlavo con un amico consigliere comunale di Fratelli d’Italia e anch’egli conveniva amaramente che partiti e dirigenti non esistono più. Non è più questione di destra o di sinistra, ma di condividere un ideale tra persone straordinariamente motivate e capaci».

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