Prima la morte del principe Vittorio Emanuele, poi l’esposizione del suo corpo mortale, infine le solenni esequie previste per sabato. Certamente il Duomo di Torino e dopo la basilica di Superga. In attesa che almeno le salme di re Umberto II e della regina Maria Josè, insieme ai genitori (re Vittorio Emanuele III e la regina Elena), possano essere tumulate al Pantheon, non solo in quanto sovrani sabaudi e quindi ancora divisivi, ma in quanto capi di Stato.
E’ ora infatti, che si cominci a considerare la nostra storia unitaria come un “unicum” e non come un’autopsia, sezionandola a seconda delle convenienze postume e delle posture ideologiche che, purtroppo, ancora sopravvivono e rendono difficile, complessa e ambigua la costruzione e affermazione di una memoria unitaria e di una identità condivisa (la tradizione risorgimentale, la repubblica mazziniana e garibaldina, l’antifascismo, la stessa metabolizzazione del fascismo), alle quali, come noto, il presidente Ciampi, col suo Giubileo della Nazione ha dedicato impegno e spazio personali.
Ciò che rende quasi impossibile questo discorso è il riaffiorare sistematico di un processo di Norimberga contro Casa Savoia (il fascismo, le leggi razziali, la fuga dell’8 settembre), che più per confermare la bocciatura della monarchia serve soltanto a nascondere le magagne della Repubblica, prima, durante e dopo il referendum del 1946. E le difficoltà politico-istituzionali attuali. Non si può negare che la rielezione sia di Napolitano, sia di Mattarella, abbiano visto momenti da “Repubblica delle nomination” o “delle banane”, che un sistema virtuoso.
Un’impostazione mediatica, da quando si è diffusa la notizia della morte del principe, con tanto di presunti esperti di gossip, giornalisti, storici, espressione del peggiore pensiero unico e del più violento pregiudizio anti-monarchico. E lo dice un ufficiale della Repubblica, titolo che mi onoro di aver ricevuto per attività accademica, culturale, amore, professione e dedizione alla patria e alla res-publica (“l’Italia innanzitutto”, come ha sempre detto re Umberto II).
Ma scrivo anche in qualità di un lavoro che ho svolto in passato, come autore di un libro-intervista col Duca Amedeo d’Aosta (“Proposta per l’Italia”, edizioni Il Minotauro), nel quale sono state sviscerate tutte le problematiche relative alla Corona e affrontata la difficile relazione col cugino Vittorio Emanuele; e come portavoce del ministro della Real Casa conte, avvocato D’Amelio, e testimone di fatti che ho vissuto in prima persona, a partire dal processo Hamer.
Quando si parla di Vittorio Emanuele bisogna separare, scindere l’uomo (il destino di un re mancato, la sua vita complicata di esule, l’aver pagato il reato di cognome), dalla monarchia come forma di governo che ha una sua validità oggettiva, e dalla storia italiana che comunque, nel bene o nel male, è indissolubilmente legata a Casa Savoia.
L’uomo ha vissuto momenti difficili, ma è uscito sempre pulito da ogni vicenda giudiziaria: demonizzarne, ridicolizzarne il carattere impulsivo, dimostrando così l’inconsistenza della monarchia, è pretestuoso. Se accostassimo il valore della Repubblica ai giochi e mercanteggi dei partiti, ai comportamenti o alla mediocrità di presidenti che ci sono stati, anche dimessisi per inchieste specifiche, non si salverebbe niente e nessuno.
Invece, il metodo viene sistematicamente reiterato quando la vicenda monarchica (episodi, dichiarazioni di principi, attività importanti, attestati di simpatia popolare, in questo caso, la morte di un esponente dinastico), torna protagonista delle cronache.
Se siamo ancora persone serie, italiani di buon senso, dobbiamo ammettere che il tema della riforma voluta dalla Meloni, il premierato ha a che fare con la monarchia. Infatti, tale istituto riesce meglio della Repubblica a tenere distinti, il governo frutto del voto popolare e lo Stato che deve restare fermo, punto di riferimento dell’esercito, della magistratura, della burocrazia, dell’amministrazione e diplomazia. Stato che incarna la tradizione e l’identità storica, culturale, religiosa di un popolo, il migliore deterrente e antidoto alla globalizzazione apolide sociale e culturale. E’ il tema dell’arbitrato, del potere terzo, della promozione attiva della legalità istituzionale, che solo un uomo indipendente dai partiti, con una legittimità altra (storica), rispetto al mero dato numerico delle urne, può garantire. Il re come uomo super partes (nel quale destra e sinistra possano riconoscersi), assicura naturalmente quelle precondizioni politiche che sono fonte di unità nazionale e stabilità istituzionale. Lo vediamo in tutti i paesi retti a monarchia, a partire dall’Inghilterra.
Per non parlare poi, dell’equazione ideologica che si fa tra la Repubblica, sinonimo di democrazia e modernità e la Monarchia, sinonimo di medioevo.
Qualcuno dovrà spiegare allora le 12 monarchie europee che regnano su società e democrazie moderne, dimenticando invece, quante repubbliche popolari, comuniste, teocratiche e militari esistono nel mondo.
Infine, “l’ideologia della storia” che quasi definitivamente da noi ha sostituito la storia vera e reale. Storia usata dalla sinistra come clava politica per mettere la destra all’angolo.
E sul processo a Casa Savoia destra fascistoide di derivazione repubblichina (che non ha digerito il 25 luglio) e sinistra giacobina, pari sono.
Qualcuno ricorda che il fascismo è andato al potere nel 1922, dopo i moti insurrezionali ed eversivi del biennio rosso, le frustrazioni dei reduci del primo conflitto mondiale, grazie all’impossibilità di un accordo governativo tra popolari e socialisti, e grazie ai liberali giolittiani del Blocco nazionale che hanno consentito al Pnf di entrare in parlamento? E che nel primo governo Mussolini, oltre ai liberali, i radicali, i nazionalisti, i conservatori, c’erano anche i cattolici del Ppi di don Sturzo (due ministri e quattro sottosegretari, tra cui un certo Gronchi, che diverrà presidente della Repubblica)? Tradotto, le responsabilità equamente condivise con un’intera classe dirigente.
Qualcuno ricorda che lo Statuto albertino, a differenza della nostra Costituzione imperativa, con norme costituzionali non emendabili da norme ordinarie, era elastico e quindi, una legge successiva poteva abrogare quella precedente? Da qui la “fascistizzazione” graduale dello Stato liberale? Trovo singolare che si critichi la monarchia per le derive assolutiste e tiranniche e poi si pretendeva in quell’occasione dalla stessa, atteggiamenti da monarchia assoluta contro il fascismo, che fino al 1940 aveva goduto di largo consenso popolare e del consenso parlamentare? Posto che l’entrata in guerra e l’orrore delle leggi razziali non sono nemmeno argomento da mettere in discussione, chi arrestò Mussolini? La monarchia. E se lo spostamento del governo legittimo nel Sud fece tanto schifo, perché comunisti, azionisti, socialisti, parteciparono ai governi luogotenenziali (patto di Salerno) proprio del regno del Sud?
Quando si demonizza re Vittorio Emanuele III, di quale re si parla? Del re “socialista” dei primi del Novecento, quello che con Giolitti ha costruito il nostro Welfare migliore; o quello di Peschiera, che ha spinto l’esercito italiano a reagire dopo Caporetto? O quello che appunto, cogliendo la palla al balzo dell’ordine del giorno-Grandi ha arrestato il Duce?
E il referendum del ’46 (i brogli, la maggioranza legale e non aritmetica, i tanti milioni di cittadini esclusi dal voto etc)? Sono argomenti consolidati a 360 gradi (come la mancata omologazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione), che lasciano capire quanto la Repubblica abbia avuto il cosiddetto aiutino? Non a caso per evitare lo scontro tra due Italie (il Nord repubblicano e il Centro-sud totalmente monarchico), De Gasperi fece eleggere due presidenti monarchici della Repubblica: De Nicola ed Einaudi.
Se proprio dobbiamo formalizzare e certificare lo spirito della nostra Costituzione, è molto più anti-monarchica che anti-fascista (pur avendo accettato la presenza di un partito legittimista legalmente costituito che, nel 1953 ottenne pure 1.800mila voti), dato l’articolo 139 che dichiara eterna la Repubblica.
Un ostracismo che evidentemente continua, vista l’ostilità con cui si parla di Vittorio Emanuele. Restituiamogli dignità umana e rispetto storico. Si colpisce lui, per affossare la monarchia. Che evidentemente dà ancora fastidio.
Dico questo non per “revancismi” o nostalgie al momento inattuali, ma per riconciliare l’Italia nella verità. Se facciamo pace col passato avremo un grande futuro.



