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Pisa. Chi sono i veri manganellatori? Ecco la consueta trappola ideologica

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Adesso la sinistra nella sua versione politica, mediatica, nonché intellettuale (molti genitori che hanno difeso i ragazzi che a Pisa hanno subìto le manganellate e si sono indignati, come fanno da sempre, nei confronti delle Forze dell’Ordine), ha ottenuto un primo risultato: nelle prossime settimane di fronte a qualsiasi altra manifestazione non autorizzata che mira a raggiungere luoghi sensibili, o colpire avversari, magari mettendo a testa in giù le immagini della premier, i poliziotti si guarderanno bene dall’intervenire. Si bloccheranno, non faranno il loro lavoro di garanti attivi delle regole.

Del resto, è da tempo immemore che hanno legato mani e piedi alla Polizia, ai Carabinieri, a differenza di tanti paesi occidentali esaltati come patrie e culle della democrazia. Se in Francia o negli Usa “quei ragazzini” fossero scesi ugualmente in piazza, violando il divieto delle autorità, sai le manganellate e gli arresti (altro che Putin).
Sì, perché il tema non è manifestare per la Palestina o per l’ossessione antifascista, questo è legittimo e sacrosanto. La questione è se si può o si devono bypassare le leggi. E scrive uno che ha vissuto pienamente e fisicamente gli anni Settanta; si è scontrato allora sia con gli avversari politici, che con le Forze dell’Ordine. Anche noi eravamo ragazzi, idealisti e integralisti.

Se a scendere in piazza, nonostante il divieto, fosse stata l’estrema destra e ci fossero stati scontri, nessuno si sarebbe mosso, né avrebbe polemizzato. Nessuno avrebbe chiesto al ministro degli Interni di riferire in parlamento, di giustificarsi o fare inchieste interne sui soprusi degli addetti all’Ordine Pubblico. Nessuno tra le forze politiche di sinistra, avrebbe chiesto alla Meloni di rispondere sulla dinamica dei fatti o a qualche ministro di dimettersi (non c’è giorno, infatti, che Pd, grillini e sinistra radicale non compilino una morbosa quanto patetica lista di proscrizione in merito).

Ma tant’è. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto in prima persona, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Da un lato, ha difeso la Meloni (“Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto, ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte della stessa presidente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà”), e dall’altro, ha ribadito una certa e rispettabile cultura liberal-paternalistica: “I manganelli contro i ragazzi sono un fallimento”.

Il capo dello Stato in astratto ha ragione: ma, delle due l’una: o i ragazzi hanno diritto al voto, devono tornare a fare politica, impegnarsi civicamente, uscire dalle bolle referenziali e autocentrate dei “social-dissocial”, e come cittadini però, devono pure assumersi le responsabilità circa gli effetti dei loro comportamenti, pagando quando sbagliano (così si cresce); o sono o vanno ritenuti degli eterni bamboccioni, viziati, coccolati, protetti da genitori ancora sessantottini nel cervello, che continuano a demonizzare sistematicamente e ideologicamente ogni forma di autorità (Forze dell’Ordine, istituzioni varie, i professori a scuola etc).

Basta leggere l’intervista della professoressa, “madre” di una studentessa scesa in piazza, “indignata da tanta aggressività”. Nessuna parola, ovviamente sui comportamenti violenti, gli insulti nei confronti dei Poliziotti, dello stesso corteo, documentati dalle Forze dell’Ordine, e nessuna parola sulla manifestazione non autorizzata.
Finché dura tale pedagogia a senso unico, tutto sarà di parte e in mala fede. E tutto sarà strumentalizzato dalla peggiore politica.

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