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Centrodestra sconfitto in Sardegna: il peccato originale della Meloni

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A mezzogiorno Paolo Truzzu è già scuro in viso: «Non è la tendenza che ci aspettavamo». Cinquantun anni, candidato del centrodestra, è l’uomo scelto da Giorgia Meloni. Osserva con trepidazione lo scorrere dei voti, ma dal suo entourage non trapela alcun ottimismo. Poi i voti dell’entroterra e dei piccoli centri lo rimettono in pista fino a tarda sera. Sarà testa a testa con Alessandra Todde. Quando giungono le chede dei comuni capoluogo, la Todde effettua il controsorpasso e vince per uno scarto dello 0,4 per cento, nell’ordine dei tremila voti. Sarà la prima governatrice dell’isola. Un esito comunque beffardo per Truzzu se si considera che la coalizione che lo sosteneva sopravanza di un 6 per cento abbondante il campo largo (che evidentemente tanto largo non era) dell’avversaria.

Ci sperava Truzzu, sindaco di Cagliari uscente, che paga a caro prezzo l’esiziale voltafaccia della sua città, e ci sperava soprattutto Giorgia Meloni, che deve ingoiare il boccone amaro della prima sconfitta da quando governa. La luna di miele con gli italiani prosegue, ma il sol dell’avvenire ora è decisamente più opaco. Insieme a Elly Schlein la premier era quella si giocava di più con questo voto. Ma in un impeto di sovranità interno alla maggioranza, ha deciso di regolare i conti con Salvini, alleato instabile e ingombrante, attraverso le indecifrabili elezioni in Sardegna a tre mesi dalle Europee. «Ora vediamo chi comanda»: ha liquidato il governatore e ha imposto Truzzu, obbligando l’intero governo a partecipare massicciamente alla campagna elettorale. Missione fallita. E sono questi i casi in cui si palesa plasticamente la differenza tra un capo e un leader. Se avesse voluto mettere definitivamente all’angolo Salvini avrebbe potuto confermare Solinas, compiere un atto di generosità e attendere l’esito del voto che s’annunciava quanto mai negativo per il governatore escente ed eventualmente raccogliere i cocci della Lega. Così non è stato per un eccesso di sicurezza, peccato originale della premier. Un errore che si somma alla carente analisi dell’esperienza di governo del centrodestra nell’isola e della specificità sarda, sempre più distante dalla politica e stufa di essere considerata un eterno laboratorio per le manovre romane.

La sconfitta in Sardegna non determinerà alcun contraccolpo immediato, ma chiama subito gli alleati alla resa dei conti. Il dubbio atroce di Giorgia è che Salvini le abbia servito il piatto freddo della vendetta con il voto disgiunto, come sembra stia emergendo dall’analisi dei voti conferiti alle liste. Servirà mantenere il sangue freddo per richiamare all’ordine la maggioranza attesa ai prossimi esami delle elezioni abruzzesi e quelle ben più probanti di Bruxelles. Intanto Forza Italia osserva sorniona l’innalzamento della tensione tra Fdi e Lega godendosi fieramente la crescita del partito e il sorpasso sul Carroccio, letteralmente crollato nell’isola.

Ma attenzione, nonostante tutto, l’esito del voto sardo offre una boccata d’ossigeno all’insofferente Capitano. Alla vigilia lo schema era: se vince Truzzu vince la Meloni e vinco anch’io; se perde, perde solo Giorgia. E questo gli darà fiato per blindare i suoi governatori. Dopo l’umiliazione subita in commissione Affari istituzionali che ha bocciato il terzo mandato ai governatori ora la partita si sposta in Parlamento dove il voto contrario non è scontato anche perché in aula perché si agita una consistente numero di deputati e senatori del Pd vicini a Bonaccini, De Luca ed Emiliano e favorevoli al terzo mandato. In ogni caso Salvini dovrà cominciare a difendere la segreteria dal fuoco amico dei colonnelli sempre più nostalgici della Lega che fu: «Dobbiamo tornare a essere il sindacato del popolo».

Quanto al centrosinistra, valeva lo stesso schema anche per Giuseppe Conte: se vince la Todde vinco anch’io; se perde, perde solo lo Schlein. Tuttavia l’avvocato populista dovrebbe finalmente decidere cosa fare da grande e comprendere che le alleanze fluttuanti non portano da nessuna parte.

Infine, il “fu” Terzo polo. Italia Viva e Azione hanno avallato la sfida autoreferenziale di Renato Soru. Per loro si tratta di una sconfitta bruciante che li porterà a miti consigli per le Europee. Tutti con Emma Bonino: sarebbe la scelta più saggia.

Foto: duerighe.com

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