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Cicchitto: «Al Governo serve un partito di centro. Sarà Fi? Può darsi»

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Forza Italia

Fabrizio Cicchitto non vota più Forza Italia e oggi non sa chi votare. Si augura perciò che nasca un vero centro. Lasciò il partito del Cavaliere nel 2013, perché non ne condivise la progressiva deriva estremistica, dopo aver fatto parte del più influente gruppo di dirigenti. Accetta l’invito de lospecialegiornale.it di commentare il recente congresso di Forza Italia. E non solo.

Onorevole, per alcuni osservatori, dal congresso celebrato con modalità antiche è uscito un partito moderno. E’ davvero così, considerando che era già stato tutto deciso da mesi?

«In verità non so se fosse deciso tutto da mesi considerando che c’è stata una fase di elaborazione molto travagliata. Intendiamoci: non è nato un partito modello, ma un soggetto che sotto la guida di Antonio Tajani, primus inter pares, dovrà svolgere un inedito lavoro di radicamento territoriale garantendo una buona dose di democrazia interna e fissando alcuni punti programmatici da perseguire con convinzione e coerenza. Sullo sfondo c’è la famiglia Berlusconi, che pur avendo subito gli effetti di una lunga evoluzione legata alle vicende del Cavaliere, è l’unica del capitalismo familiare italiano ancora solida e determinante. Mi sembra che dal congresso sia uscita questa immagine».

Antonio Tajani, dirigente esperto e sicuro, ma lontano mille miglia dalla postura di Berlusconi, saprà trasformare un partito “unipersonale” in un soggetto politico normale?

«Glielo auguro, per il partito e per il Paese. Non ha il carisma di Berlusconi. Tuttavia, ha tutti gli strumenti per far bene: è esperto e preparato, è il ministro degli Esteri, cosa non da poco, ha ancorato saldamente Forza Italia al Partito popolare europeo, ha le giuste relazioni in Italia e all’estero. Se mi passa il gergo calcistico, non è un centravanti di sfondamento, ma una mezz’ala che cerca di non fare errori. E credo che lui di errori marchiani non ne farà. Soprattutto dovrà adottare una guida inclusiva e non arrogante. E’ un usato sicuro, per intenderci. Lo spazio politico per crescere al centro c’è, come avevano intuito Renzi e Calenda, ma hanno fatto del tutto per delegittimarsi a vicenda. Un centro che partisse da questa esperienza era molto stimolante, ma ora con due centrini proprio no».

Sembra che la scalata di Letizia Moratti sia riuscita a metà o per niente. Come valuta l’iniziativa dell’ex sindaca di Milano?

«Non so avesse aspirazioni gerarchiche nel partito. Le hanno affidato un’area tematica che lei dirigerà con esperienza e professionalità, doti che non le mancano dall’alto dei suoi passati incarichi al governo e nelle amministrazioni locali».

Il progetto a breve termine è sopravanzare la Lega alle Europee: lo trova realistico?

«Direi che per Forza Italia è più realistico il progetto di raggiungere il 10%, poi non riesco a quantificare i danni che da qui a giugno Salvini potrà causare al suo partito. C’è una Lega fatta da amministratori che lavorano e producono risultati alla quale fa da contraltare un’area putinista. Non so se sia davvero utile strizzare l’occhio allo Zar».

Secondo lei, Matteo Salvini ha imboccato il viale del tramonto da segretario della Lega?

«Chi può dirlo? La sua posizione non mi sembra più tanta solida nonostante si sia trincerato in un blocco di potere all’interno del partito». 

Ipotesi: se Forza Italia si rafforza mette all’angolo Salvini e garantisce paradossalmente Fratelli d’Italia, è così?

«Sì, anche se occorre precisare una cosa. A una serie di efficaci misure in politica estera, la Meloni ha contrapposto scelte minimaliste sul piano interno subendo la sindrome di Atreju. Capisco la riconoscenza, ma ridurre la stretta cerchia dei suoi fedelissimi a un piccolo spicchio di quello che fu Alleanza nazionale non mi sembra lungimirante. Dovrebbe invece favorire l’allargamento della base del partito per creare una nuova classe dirigente. Per inteso, la sconfitta sarda non è tanto frutto della vittoria del centrosinistra, ma dei pasticci e delle baruffe del centrodestra, compresi quelli di Giorgia».

Ha detto che non sa chi votare perché non si sente rappresentato né dal centrodestra né dal Pd e si augura che sorga un partito di centro. Magari una Forza Italia più larga?

«Una Fi allargata? Può darsi, ma ribadisco che non so chi votare alle Europee. Alle ultime politiche ho votato speranzoso per il terzo Polo. Ora che i poli sono due o forse tre auspico la nascita di un grande partito di centro perché c’è ancora spazio. Sarebbe nell’interesse di tutti».

Cosa rimane della recente conferenza dei partiti socialisti europei a Roma?

«Non è stato uno spettacolo brillante, ho solo registrato una serie di comizi di secondo ordine. Il problema è che manca un leader, un federatore transnazionale. Se all’Europa manca un Winston Churchill, ai socialisti manca un Tony Blair. Quelle che ho visto a Roma sono persone serie e volenterose, ma politicamente “nani”».

A proposito di partiti socialisti, pensa che uno dei vulnus di questo paese sia stata l’assenza di una grande area socialdemocratica e riformista?

«Non c’è dubbio. Direi che dopo il suicidio di un terzo del Partito Socialista e l’omicidio dei restanti due terzi al tempo di Tangentopoli, qualunque ipotesi di progetto rifomista sia venuta meno. Credo però che il peccato originale risalga alle scelte di Nenni e Morandi in occasione del voto alle politiche del 1948 con l’ingresso nel Fronte popolare. Era il caso di dare maggior considerazione alla scissione voluta da Saragat. Oggi eredi possibili non ce ne sono, tanto meno questo Pd costretto a inseguire con il cappello in mano nientemeno che il Movimento 5 Stelle, quanto di peggio politicamente ci potesse capitare».

Foto: flickr.it

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