Abruzzo, fallisce il campo largo. Chi sta peggio fra Schlein, Conte e centristi

lunedì, 11 Marzo 2024
4 minuti di lettura

Ci avevano sperato e forse erano già pronti gli slogan ad effetto del tipo “uniti si vince”, “la destra si può battere”, “basta divisioni e avanti con il campo largo”.

Invece il centrosinistra ha dovuto prendere atto amaramente di essersi illuso, forse andando dietro a qualche media di parte che in queste settimane ha tentato di far credere che in Abruzzo si sarebbe svolto un testa a testa fra centrodestra e centrosinistra come avvenuto in Sardegna due settimane fa, e che ci fossero ottime possibilità di vittoria.

Invece è stato riconfermato nettamente il governatore uscente Marco Marsilio che ha sconfitto la “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria, ovvero la grande ammucchiata progressista che si era creata intorno al pur autorevole Luciano D’Amico. Schlein, Conte, Renzi, Calenda, Bonino, Fratoianni, tutti insieme appassionatamente per strappare la Regione al centrodestra e assestare un colpo pesante alla Meloni e al governo.

Non c’è stato nessun effetto Sardegna, semplicemente perché due settimane fa sull’Isola c’è stato soltanto un incidente di percorso del centrodestra, che in pratica ha perso le elezioni per poco più di mille voti in virtù di un voto disgiunto che ha permesso un regolamento di conti interno alla coalizione di governo, con la Lega in particolare scontenta per aver dovuto rinunciare al proprio candidato in favore di quello voluto dalla Meloni.

Il voto abruzzese dimostra che l’ipotesi del campo largo non funziona e che quindi lo schema D’Amico non è riproponibile a livello nazionale. Pensare di mettere insieme tutta l’opposizione al solo scopo di battere il centrodestra, nonostante l’incompatibilità di fondo, sia politica che programmatica che separa i vari Conte, Fratoianni, Bonelli da Renzi, Calenda ecc. è un’utopia che gli elettori hanno confermato di non voler avvalorare.

Non solo; la vittoria di Marsilio assume ancora più valore nel momento stesso in cui è avvenuta contro tutte le opposizioni unite, un cartello che più ampio non si poteva, il che ha senz’altro significato come a livello nazionale non esista ad oggi alternativa al centrodestra.

Del resto la coalizione che in Abruzzo sfidava Marsilio era la stessa che aveva sostenuto il governo giallorosso, il Conte 2, e tutti abbiamo visto come è andata a finire. Per non parlare poi delle esperienze del passato, le famose ammucchiate prodiane che partivano da Rifondazione Comunista e arrivavano fino a Lamberto Dini che servirono a vincere per poi saltare in aria alla prova del governo.

Gli abruzzesi quindi hanno preferito puntare sulla continuità, anziché lasciarsi ingannare da un’alternativa che sapeva tanto di “Armata Brancaleone” e che non offriva nulla di sicuro in termini di stabilità e concretezza. Come mettere d’accordo e armonizzare le opposte visioni di sviluppo che hanno Conte e Calenda? L’uno contrario ai termovalorizzatori e l’altro favorevole addirittura al nucleare?E parliamo di tematiche, rifiuti, infrastrutture, energia, trasporti, che le regioni sono chiamate a gestire in prima persona e da cui passa la crescita economica dei territori.

Proprio i 5Selle sono quelli che sono usciti di più con le ossa rotte da queste elezioni. Cinque anni fa portarono a casa il 20% mentre stavolta raggiungono a mala pena il 7%. Segno evidente di come l’elettorato ex grillino non abbia affatto gradito il matrimonio con i dem e ancora meno quello con Renzi. E adesso probabilmente, lungi dal portare avanti il progetto del campo largo, Conte dovrà ripensare l’intera strategia in vista delle elezioni europee intensificando la competizione con il Pd e tornando ad un movimentismo delle origini, lasciando da parte almeno per il momento altre fallimentari alleanze come questa e puntando a rimarcare la propria identità. Anche perché sembra evidente come i 5Stelle vincano in coalizione con il Pd soltanto se, come in Sardegna, sono loro ad esprimere il candidato presidente. Diversamente l’elettorato pentastellato non sembra affatto intenzionato a far vincere i candidati dem. Come risolvere questo problema che dimostra chiaramente la volontà dei 5Stelle di vampirizzare il consenso a sinistra? Probabilmente non lo risolveranno mai e ancora meno ora alla luce di questo risultato negativo che mette Conte nella necessità di incrementare consensi a scapito della Schlein e degli altri partiti della sinistra.

La sconfitta abruzzese, senza ombra di dubbio, porta anche i centristi a ridefinire il loro futuro. Che faranno Renzi e Calenda? Andranno avanti con la politica dei due forni, ovvero alleandosi ora da una parte, ora dall’altra a seconda delle convenienze territoriali? Ripartiranno dal terzo polo sotterrando l’ascia di guerra, siglando una pax elettorale e provando a tornare insieme alle prossime elezioni europee visto che l’opa tentata da Renzi su Forza Italia orfana di Berlusconi è miseramente fallita? Dovranno almeno iniziare a chiarirsi le idee visto che sono passati da “mai con i 5Stelle” a benedire un’alleanza che, pur avendo carattere regionale, comunque era destinata sin dall’inizio ad assumere valenza nazionale. E giustificare tutto trincerandosi dietro l’autorevolezza di D’Amico può valere poco, nel momento in cui non si andava ad amministrare un comune di provincia, ma una regione con tutte le problematiche che sarebbero potute emergere da divergenze programmatiche e visioni politiche antitetiche: con il governatore che, se eletto, si sarebbe trovato a dover mediare su ogni questione e forse a non decidere per non compromettere la tenuta della sua maggioranza. Dove è finita la granitica coerenza calendiana della serie “non si possono fare le ammucchiate per vincere” che portò alla rottura fra Azione e il Pd di Letta alle ultime elezioni politiche?

Ma chi è messa più male di tutti è senza dubbio la Schlein. Lei non è, e mai potrà essere, la federatrice di un campo largo, ovvero la Giorgia Meloni progressista. Il suo essere donna con caratteristiche opposte e speculari a quelle della premier l’ha sicuramente aiutata a conquistare la segreteria dem, ma non la sta minimamente aiutando nella costruzione di un’alternativa. Ora dovrà lottare per non scendere sotto il 20% alle europee perché altrimenti dovrà probabilmente dire addio alla segreteria e lasciare il posto ad un segretario considerato più autorevole e in grado di mettere in piedi una strategia capace di andare oltre gli slogan antifascisti, le passerelle nelle piazze degli altri, e l’inseguimento dei grillini su reddito di cittadinanza, salario minimo ecc. (negli spogliatori sembra si stia già scaldando il sindaco di Firenze Dario Nardella, asso nella manica dei vari Franceschini, Zingaretti, Bettini e compagni). Del resto che lei sia un corpo estreneo al Pd è stato evidente dall’inizio, da quando vinse le primarie contro il voto della maggioranza dei circoli e degli iscritti, sostenuta da pezzi di nomenclatura che avevano necessità di smontare l’immagine maschilista del partito, ma che poi si sono presto resi conto di come il “fattore donna” non fosse sufficiente ad imprimere una svolta. E i sondaggi lo confermano con il Pd inchiodato da mesi alle stesse percentuali.

Insomma, un brutto risveglio per un centrosinistra che sta sempre al punto di partenza. Doveva essere il giorno della riscossa, invece oggi la gara è soltanto fra chi all’opposizione si è fatto meno male degli altri.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.