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Marinelli, Pd Abruzzo: «Al centrosinistra serve unità d’intenti»

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Abruzzo

Campo largo, giusto, coeso: non è questo il problema per Daniele Marinelli, segretario regionale del Pd abruzzese. «Con un’alleanza eterogenea che muove i primi passi per raggiungere una forma più o meno strutturata – dice – ciò che conta prima di tutto è l’unità di intenti». Quant’anni, originario di Campobasso ma abruzzese d’azione, Marinelli guida il partito dall’8 luglio 2023. Con lospecialegiornale.it accetta di commentare le ultime vicende politiche a partire dalla sconfitta patita dal centrosinistra nella sua regione.

Segretario Marinelli, in Abruzzo il “campo” del centrosinistra non era quello giusto o era oggettivamente impossibile vincere?

«Partivamo da uno svantaggio molto consistente e non era semplice recuperare terreno. Non dimentichiamo che l’Abruzzo è la regione di Fratelli d’Italia, è la regione dove il partito è nato e si è consolidato per poi assumere una connotazione nazionale. In alcune aree siamo riusciti a colmare il divario, ma non è stato sufficiente. Ora bisogna lavorare per costruire un’alternativa credibile al centrodestra e offrire ai cittadini una prospettiva diversa di governo regionale».

Quanto hanno influito le dinamiche regionali rispetto a quelle sarde quali, per esempio, la riconferma di Marsilio per il centrodestra e l’assenza del voto disgiunto?

«Partirei intanto dalla bassa affluenza al voto, che ha colpito anche l’Abruzzo, fenomeno che dovrebbe seriamente preoccupare tutta la classe dirigente di questo Paese. Mi auguro che ai livelli apicali dei partiti si apra una seria riflessione. Inoltre, hanno fatto la differenza i flussi di voto organizzati secondo la rete di relazioni del centrodestra che qui ha un forte radicamento. Il nostro Luciano D’Amico ha sopravanzato la somma complessiva delle liste che lo sostenevano, ma non poteva fare di più. Infine, la mancanza del voto disgiunto ha bloccato ogni forma di oscillazione dei consensi tra candidati e liste».

Per Elly Schlein la strada è tracciata: alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle, che però a livello locale, in primis nella sua regione, vanno maluccio. Tra qualche perplessità in seno al suo partito e i tormenti dei grillini sull’intesa sia col Pd sia, soprattutto, con Italia Viva e Azione c’è il rischio che il perimetro del centrosinistra non si costruisca mai. Come valuta questa situazione?

«Sono d’accordo con la segretaria. Dobbiamo lavorare con determinazione e pazienza per allestire una coalizione competitiva e credibile. E’ vero, ogni partito giunge da esperienze e percorsi diversi e spesso l’incapacità di dialogare ci ha costretto a presentarci divisi con esiti inevitabilmente negativi. L’esigenza è quella di creare le condizioni per una prospettiva di governo diversa, anche nella nostra regione, afflitta da tre grandi problemi. Im primis, la Sanità, che assorbe quasi l’80 per cento del bilancio regionale. In questi anni, il Servizio sanitario nazionale ha fatto passi indietro: le liste d’attesa si sono allungate, mentre il livello delle prestazioni è peggiorato. Secondo punto sono le infrastrutture, sulla cui programmazione siamo rimasti indietro. Solo con interventi a pioggia non si possono colmare i ritardi, anche per le particolari caratteristiche orografiche della nostra regione. L’opera regina che aspettiamo da anni è la linea ferroviaria Roma-Pescara. Terza nota dolente sono i giovani, sinonimo di lavoro, formazione e diritto allo studio. Abbiamo un indice di emigrazione giovanile tre volte superiore alla media nazionale. Dobbiamo creare le condizioni per tenere i giovani qui o far tornare chi se n’è andato».

Secondo Gianfranco Pasquino da trent’anni il centrodestra ha riconoscibilità e compattezza e nei momenti topici mostra capacità di coesione. Quindi vince. Riusciranno i dirigenti progressisti a rinunciare alle proprie aspirazioni personali che spesso negli appuntamenti-chiave lacerano l’alleanza? Le tensioni in Basilicata, prossima al voto, sono un esempio lampante.

«Mi auguro di sì. Questa è la strada. Come detto, nel centrosinistra confluiscono sensibilità diverse, compresa quella del Movimento 5 Stelle che ha vissuto esperienze di governo sia con la Lega sia con i progressisti. Non ci nascondiamo le difficoltà. Il Pd sarà il perno di questa “cordata” e cercherà sempre di aggregare, mai di dividere».

Le elezioni europee, secondo lei, faranno un po’ di chiarezza, almeno nei rapporti di forza, tra gli alleati di centrosinistra?

«Certo sono elezioni proporzionali per cui ogni partito tenderà naturalmente a sottolineare la propria peculiarità. Emergerà un quadro chiaro della consistenza dei partiti della coalizione, ma io auspico soprattutto che dal voto emerga un segnale per un europeismo convinto. E’ lì che si gioca la partita più importante perché sono a confronto due concezioni antitetiche di Europa».

Il Pd inchiodato al 20 per cento. A seconda dei punti di vista, può apparire un buon risultato o un punto di arrivo della spinta propulsiva del partito. Come valuta queste cifre?

«Per quel che concerne il Pd regionale, siamo passati dall’11 per cento ottenuto nel 2019 al 16,5 per cento di queste elezioni. La crescita è evidente. Il dato nazionale ci dice che il consenso del Pd fluttua a seconda delle fasi storiche. Gli elettori ci hanno puntualmente punito quando ci hanno percepito come il partito dell’establishment, il partito che governa attraverso gli esecutivi tecnici e sempre più distratto sulle grandi questioni del Paese. Quando il Pd si riapre al territorio, ascolta le istanze dei cittadini, riprende le battaglie identitarie, come l’emancipazione dei più fragili, acquisisce nuovi consensi. L’impegno è l’essenza della politica. Sempre. Il Pd dev’essere questo».

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