Campo largo? Ecco perché non può funzionare

lunedì, 18 Marzo 2024
4 minuti di lettura

Campo largo? Finora è apparso un campo secco, dove non cresce nulla se non le malepiante del sospetto e della rivalità. S’era illusa, Elly Schlein, che la vittoria in Sardegna l’avrebbe proiettata verso la costruzione di una competitiva alleanza tra le opposizioni, ma l’Abruzzo l’ha riportata all’amara realtà. Non basta dire “uniti si vince” per poi vincere effettivamente. E ora dalla Basilicata e dal Piemonte arrivano pessime notizie sulla possibilità che Pd, sinistra, M5S e Azione possano convergere su un candidato comune.

La doccia fredda è arrivata nella giornata di sabato da Potenza, quando l’insigne oculista Domenico Lacerenza, designato da Pd e M5S come candidato alla presidenza della Regione, ha rinunciato all’impresa. Sono bastati pochi giorni di polemiche per fargli capire che non c’era l’atmosfera giusta per correre. Per lui è stato impossibile «non registrare le reazioni che ci sono state in seguito» (all’annuncio della sua candidatura). Furiosa la reazione di Giuseppe Conte. «Aveva i requisiti, ma è iniziato il tiro al piccione, hanno iniziato a impallinarlo. La situazione si sta facendo incandescente», ha sibilato (e la cosa non promette nulla di buono) il leader pentastellato. A sparare per primo contro Lacerenza è stato Antonio Calenda come ripicca al fatto che Pd e M5S si erano messi d’accordo sul nome del primario di oculistica all’ospedale di Potenza senza consultarlo (in Basilicata, Azione ha ottenuto il 10 per cento alle Politiche). Il niet di Calenda ha dato poi la stura ai colpi provenienti dallo stesso Pd, dal momento che buona parte del partito lucano era contrario a tale candidatura.

Pd e M5S non si danno però per vinti. Nella giornata di ieri hanno trovato l’intesa sul nome di Piero Marrese, presidente della Provincia di Matera. La situazione resta comunque complicata perché questo nuovo tentativo di campo largo partirebbe con l’handicap: il ritorno in campo, con una lista civica, di Angelo Chiorazzo, manager delle coop bianche e originario candidato del Pd, poi bloccato dal veto del M5S. Chiorazzo si è rifatto avanti dopo la rinuncia di Lacerenza e non pare disposto a ritirarsi in favore di Marrese: «Nessuna interlocuzione col Pd, vado avanti». Più che un campo largo, quello lucano appare un vero di battaglia.

Situazione complicata e nervi a fior di pelle anche in Piemonte, dove il Pd ha abbandonato in questi giorni ogni ipotesi di alleanza decidendo di fare da sé senza più attendere l’accordo con il M5S. Sembra che la base del partito non abbia più la pazienza di seguire le estenuanti trattative con i pentastellati locali. Le anime pie piddine lanciano l’appello per continuare la trattativa. Ma i grillini piemontesi, guidati da Chiara Appendino, non vogliono più saperne di campo largo. «Registriamo questo cambio di passo che cozza con il dialogo intavolato», annunciano. «Sceglieremo un nostro candidato».

Va detto, per la verità, che la scelta di candidature comuni in elezioni locali è sempre un’operazione  complessa, perigliosa e difficile (e ne sa qualcosa anche il centrodestra, come dimostrato dal caso Sardegna). Ma questi mesi dovevano anche servire, nelle attese di molti, a porre le basi, seppur a livello regionale, di una più ampia opera di costruzione di un’alternativa di governo al centrodestra. Da questo punto di vista, il bilancio appare decisamente fallimentare. Se ne riparlerà, semmai, dopo le elezioni europee.

Il punto vero è che, al di là dei fatti contingenti, un campo largo d’opposizione al centrodestra non può in Italia funzionare, almeno in questa fase storica. Ci sono diversi motivi a renderlo assai problematico, se non addirittura impossibile.

Innanzi tutto ci sono motivi che riguardano la personalità dei protagonisti. Se Elly Schelin è finora apparsa disposta a qualche passo indietro pur di trovare soluzioni comuni con il M5S, lo stesso non può dirsi di Giuseppe Conte. Per l’ex presidente del Consiglio, l’alleanza con il Pd sembra avere senso solo se è volta a favorire, sempre e comunque, il suo partito. Se non la sua persona: non è certo un mistero che sarebbe disponibile a un’alleanza per il governo solo se fosse lui il candidato premier. Se così stanno le cose, appare assai difficile che la classe dirigente del Pd si faccia dettare le condizioni dell’alleanza da un partner tanto assertivo. E, quanto ad assertività, ne ha peraltro da vendere anche Antonio Calenda, il quale potrebbe teoricamente portare in dote al campo largo una parte dell’elettorato moderato.

Ma contro un duraturo accordo politico tra le opposizioni cozzano anche ragioni di fondo, a partire  dalla massima eterogeneità ideologico-culturale dell’elettorato d’opposizione: basta soltanto guardare alle posizioni differenti, se non opposte,  in campo internazionale, come nel caso dell’Ucraina e del Medio Oriente.

La debolezza del campo largo risulta, infine, anche dalla sua stessa denominazione: “campo largo” indica solo le dimensioni di un luogo fisico. E nulla più. Bene o male, volendo fare un  confronto con il passato, nella formula dell’Ulivo era contenuto un messaggio forte, quello della pace e del dialogo, in armonia con  i valori di un parte del mondo moderato italiano. Qui invece si indica solo la necessità di allargare l’alleanza elettorale alternativa al centrodestra, ma senza puntare a un’idea forte e a un messaggio unificante e mobilitante. Al di là dell’antimelonismo non c’è nulla. Un po’ poco per contrapporsi a un’alleanza, quella di centrodestra, che dura da trent’anni e che si fonda su valori comuni, una storia comune, una prassi comune, un’alleanza -vale la pena sottolinearlo – che è arrivata a essere guidata già da una seconda generazione di dirigenti.

Il problema è che, al di là delle scelte strategiche, la sinistra sconta il fatto di essere minoranza in Italia. E ciò per motivi essenzialmente sociali e culturali.  Di qui la necessità per la sinistra stessa di dotarsi di ambiziose strategie politiche volte a  stabilire le necessarie alleanze con i ceti produttivi italiani. Dai tempi di Enrico Berlinguer fino ai primi anni Duemila, il Pci e i suoi eredi hanno raggiunto il massimo della loro influenza solo quando sono riusciti a elaborare visioni di lungo respiro e alto profilo, come al tempo dal compromesso storico e, vent’anni dopo, dell’Ulivo, senza dimenticare l’ambiziosa visione del partito a “vocazione maggioritaria” elaborata da Walter Veltroni alla nascita del Pd.

Ma oggi poco rimane di questa notevole capacità di sintesi culturale. È per questo che, mai come in questa fase, si dimostra vero l’assunto che la sinistra non può vincere le elezioni. Solo la destra può perderle.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.