Scontro tra toghe e governo sui test psico-attitudinali per gli aspiranti magistrati. Siamo alle solite: basta un nulla per scatenare l’ennesimo putiferio nei palazzi istituzionali. L’aria, dalla nascita dell’esecutivo Meloni a oggi, è davvero elettrica e non c’è da stupirsi di nulla. Ma stavolta il pretesto è davvero risibile, tanto da far pensare che ci sia qualcosa di pesante che bolle in pentola…
Il casus belli è insignificante perché non si vede quale attacco possa mai rappresentare, per l’indipendenza della magistratura, l’introduzione, insieme al concorso pubblico, di una serie di domande per fornire una valutazione più completa dei giovani che intendono accedere ai ranghi dell’ordine giudiziario. Si potrebbe capire l’allarme dei giudici se i test fossero gestiti dall’amministrazione della Giustizia (e quindi del governo). Ma qui è tutto demandato al Csm, cioè all’organo di autogoverno della magistratura. Insomma, si tratta proprio di uno scontro che non ha alcuna ragion d’essere. Invece…
Invece l’opposizione insorge. A guidare la carica è, come sempre, “la Repubblica”, che è la vera portatrice dell’insegne di Elly Schlein e dei suoi compagni. Il quotidiano diretto da Maurizio Molinari parla di «assalto alle toghe» e di «brutale crociata sui test». Il redivivo Pier Luigi Bersani parla di «attacco alla magistratura». Tutto il fronte che si oppone alla Meloni è in subbuglio.
Scende in campo anche il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, il quale sfida il governo a immaginare analoghi test per chi fa parte dell’esecutivo nazionale o aspira ad amministrare Comuni e Regioni. Gratteri aggiunge anche, provocatoriamente, che bisognerebbe sottoporre i politici a narcotest. La sfida del magistrato di Napoli non trova però impreparato governo e maggioranza, per i quali non c’è alcun problema a sottoporre a un simile esame anche ministri, presidenti di regione e assessori vari.
Tenta di attenuare lo scontro lo stesso ministro Carlo Nordio, il quale afferma che, poiché i test sono previsti per gli aspiranti poliziotti e carabinieri, non si vede perché non si possa sottoporre ad essi anche chi vorrebbe diventare pm, che della polizia giudiziaria è il capo. Ma non c’è niente da fare: la polemica continua a imperversare furiosamente
A questo punto, ci si chiede: che cosa c’è sotto? Che cosa prefigura questo ennesimo scontro tra magistratura e governo? Che qualcosa di grosso sia in realtà in ballo lo fa capire lo stesso ministro della Giustizia quando, rispondendo l’altro giorno al question time alla Camera, dice che verrà presto presentato il provvedimento sulla separazione delle carriere tra giudici e pm. «Entro aprile o maggio», precisa. La legge – aggiunge – sarà «consustanziale alla riforma del Consiglio superiore della magistratura, per cui ci saranno due Csm». Prepariamoci a grandi botti. Anche perché il ministro ha in serbo un’altra sgradita sorpresa per opposizione e giustizialisti vari: la revisione della legge Severino sulla sospensione di amministratori locali a seguito di sentenze non definitive.
Ne vedremo presto delle belle. Per cui lo scontro di oggi non è che la prova generale di quello, assai più cruento, che avverrà tra pochi mesi.
Resta da capire se effettivamente il governo andrà allo scontro duro con Pd, M5S e sinistre varie a pochi giorni dalle elezioni europee. È certo, comunque, che la Meloni non indugerà più a varare provvedimenti sui quali, come spesso tende a dire, “c’ho messo la faccia”.
Complessa, naturalmente, è la vicenda della separazione delle carriere tra giudici e pm. Essendo materia costituzionale, bisognerà procedere con l’articolo 138, che prevede il referendum confermativo in caso di mancato raggiungimento della maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento.
È disposta, la premier, a correre il rischio di una consultazione referendaria anche sullo spinoso tema della giustizia, oltre che su quello del premierato? Può darsi che alla fine si arrivi a una soluzione di compromesso. Ma, affinché ciò accada, occorre verificare il rispetto del requisito dell’indipendenza. Non tanto dell’indipendenza della magistratura dalla politica, ma dell’opposizione (almeno di una sua parte consistente e qualificata) dal condizionamento ideologico che continuano a esercitare i settori più politicizzati della magistratura.


