Danilo Dolci era una cosa d’oro ma…

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di Carlotta Wittig

Danilo Dolci era una cosa d’oro…ma lo fecero finire!” protesta un anziano di Partinico. Splendido epitaffio, che sinteticamente compendia un uomo e un’opera.

La frase è indirizzata al più giovane dei figli di Danilo. Si chiama En. E’ svedese, ed è sceso in Sicilia dalla sua lontana patria, attorno al 2010, per girare un documentario sul grande e dimenticato padre.

Dolci nacque in provincia di Trieste il 28 giugno del 1924 – un anno di accesa partecipazione di stelle, poiché è lo stesso in cui venne al mondo Franco Basaglia.

Solo tre mesi, quindi, e saremo sommersi dall’onda magnificante – e ingannevole – di commemorazioni, elogi, e frenetiche esumazioni. A rammentare per chi ne avesse scordato nome e gesta – tutti gli Italiani, all’incirca – come Danilo Dolci sia stato grande, illuminato e gentile. Il che, già di per sé, fornisce ampli requisiti per la candidatura all’oblìo. Eppure, questo fertilissimo poeta, sociologo, educatore e disarmato rivoluzionario fu anche, sorprendentemente, un potente captatore di followers. All over the world, trent’anni prima di Internet.

Verrà ricordato il primo digiuno di Danilo, in un tugurio di Trappeto ( Sicilia), sul lettino dove Benedetto Barretta, un neonato, era appena morto per denutrizione. E si ricorderà lo sciopero alla rovescia, quando guidò un plotone di disoccupati per ricostruire una strada abbandonata da Dio e dagli uomini, ma fondamentale per raggiungere i campi. Impresa disgustosamente sovversiva, come si vede. E difatti comportò il lodevole e pronto intervento delle Forze dell’Ordine, l’arresto dei contro-scioperanti – Dolci in testa – e un accigliato processo. Fu proprio lo scandalo sollevato da queste prime, sacrosante lotte pacifiste che catalizzò intorno a Dolci l’attenzione di Carlo LeviElio VittoriniBruno Zevi, per citare i primi. E poi  Bertrand RussellAlberto MoraviaNorberto Bobbio, Elio Vittorini, Cesare ZavattiniIgnazio SiloneEnzo SellerioAldo CapitiniPaolo Sylos LabiniEric FrommJean-Paul SartreAldous HuxleyJean Piaget…Non c’è che dire. Una sciagurata accozzaglia di ‘Signor Nessuno’.

Si ricorderà poi la diga sul fiume Jato, così utopica quando fu pensata, in quella Sicilia di ‘poveri cristi’, affamati, assetati, con le scarsissime risorse irrigue monopolizzate dalla mafia, a farne strumento di dominio

La realizzò invece Dolci questa diga, nel 1956, dopo decenni di faticose mobilitazioni. E, come si prevedeva, si rivelò poderoso volano per la rimessa in gioco dell’economia di quei luoghi. Ma già nel 2021 – e non incolpiamo la calamitosa siccità odierna – Agro Notizie denunciava ‘…Si è passati da una erogazione annuale di 20 milioni di metri cubi d’acqua per uso agricolo di vent’anni fa ai circa 6,5 milioni attuali’. Un’altra fonte denunciava il perché ‘… E’ naufragata l’esperienza del Consorzio irriguo Jato nel momento in cui prima i politici locali e poi la Regione hanno messo le mani sulla distribuzione delle acque irrigue e potabili dell’invaso…’. Ma guarda un po’! Chi l’avrebbe mai immaginato?

Verrà ricordato, poi, il ‘Borgo di Dio’, fondato nel ’52, sempre a Trappeto. Ce lo racconta Amico Dolci, uno dei figli di Danilo ‘… Era un centro studi internazionale. Venivano dalle Università di tutta Europa, per studiare questi posti e queste persone, dai punti di vista più disparati. C’erano storici, scrittori, agronomi, economisti, geografi umani. Ogni settimana arrivava un gruppo nuovo, con idee nuove e nuove prospettive’. Ci passarono Elio Vittorini, Lucio Lombardo Radice, Ernesto Treccani, Eric Fromm, Johan Galtung, Paolo Freire…(la solita combriccola di svalvolati e perdigiorno, come si vede).

Accanto alla formazione accademica, tra queste mura ormai diroccate si faceva anche cultura popolare. Il tutto grazie a un’intuizione di Danilo: l’applicazione del metodo di Socrate alla vita degli abitanti di Trappeto.

Maieutica reciproca’ battezzò Danilo il suo metodo d’insegnamento, derivandolo da Socrate e allargandolo. La maieutica socratica paragonava il filosofo a una sorta di ‘levatrice della conoscenza’. Perché non avrebbe dovuto iniettare nello studente conoscenze nate da altri, ma piuttosto sforzarsi di portare gradualmente alla luce, come una levatrice con la partoriente, ciò che l’alunno già cova in sé, irrivelato, nel grembo della sua coscienza. Danilo andò oltre: non era solo lo studente, il bambino, l’analfabeta a ricevere un allargamento di conoscenza comunicando con l’insegnante. Anche quest’ultimo, con reciprocità, poteva allargare il suo sapere nell’ascolto – mite, attento – del discente.

Freddo a dirsi, ma emozionante a vedersi. E possiamo ancor oggi vederlo, nei preziosi filmati di derivazione Rai che En Dolci è riuscito a inserire nel suo documentario.

A ‘scuola’, nella Trappeto degli anni sessanta. Vediamo Danilo alla prese con una ventina di bimbi, dai cinque ai nove anni. Eccolo sollevare una strana bottiglia di vetro, tutta contorta ma non rotta. ‘Questa di che cosa è fatta?’, chiede. ‘Di vetro…sì di vetro’, risponde più di un bambino. ‘Ma perché secondo voi è tutta così deformata? Chi ha qualcosa da dire alzi un dito –( per frenare le turbolenze dei minuscoli alunni) – Ecco, parla tu.’

Perché la bottiglia stava stesa…era per terra, e allora qualcuno l’ha pestata!’, interviene uno più piccolo ma più osservatore: ‘E’ così perché il fuoco l’ha stretta un po!’

Sentite cosa dice lui – riprende Danilo – Perché una bottiglia se la si pesta si rompe, ma per rimanere così deformata vuol dire che c’era il fuoco…vuol dire che era caldo…Siete d’accordo?’.

Tutti entusiasticamente d’accordo. ‘C’era TANTO caldo!’, strillano.

Danilo: ‘ Eh sì, c’era molto caldo. Sapete, c’è stata una guerra, alcuni anni fa, e hanno buttato delle bombe, nella guerra, e una delle bombe l’hanno buttata in un paese che si chiama Hiroshima, e questa bomba era così calda, così terribilmente calda, che questa bottiglia si è quasi liquefatta… e adesso al mondo ci sono di quelle bombe lì, che si chiamano bombe atomiche, ce ne sono moltissime di queste bombe, e se noi non siamo bravi c’è rischio che con quelle bombe lì diventiamo tutti peggio di questa bottiglia…’

L’uditorio è visibilmente impressionato.

Allora, ci conviene fare le guerre, o ci conviene imparare andare d’accordo tra di noi? – riprende Danilo – E’ meglio imparare a fare la guerra o imparare a fare la pace?’.

Responso unanime della platea: ‘La pace, la pace!!’.

Lui reitera la richiesta di non parlare tutti insieme, ma di alzare un dito se si ha qualcosa da dire. ‘Come si fa a fare la pace?’, chiede. Un bimbo lo tira per la manica del maglione. ‘Si fa così!’ e gli porge la mano. Danilo si china verso di lui e gliela stringe.

Socrate non avrebbe saputo far meglio.

Ma accadeva nel secolo scorso. Sono cose ormai démodé. La bomba atomica, la guerra devastante, Hiroshima…chi se le fila più? Il mondo tutto, la nostra Italia, il Meridione hanno fatto passi da gigante verso pace benessere e prosperità. Prendi la vivacissima Puglia. Vero Eldorado per guizzanti ascese politiche, lì gli elettori li svendono, 50 euro a cranio… Ok, è vero, c’è anche quello più aviduccio, tocca promettergli pure una bombola del gas, ma è la classica rondine che non fa primavera, in genere col cinquantino te la cavi, e diventi Sindaco. Della ridente cittadina di Triggiano, magari. E così sul tuo sito puoi amenamente dichiarare ‘Ho in mente un’idea semplice di politica. Che continua, oggi come cinque anni fa, a reggersi su tre solidi pilastri: la concretezza, la trasparenza e il coinvolgimento continuo dei cittadini. Perché, solo così, si può essere un Sindaco di Parola. (in grassetto nel testo)’. Insomma, triggianesi, ai primi freddi su quella bombola ci potete contare. A meno che in autunno il ‘sindaco di parola’ dovesse ancora trovarsi – come succede attualmente – ai domiciliari.

Anche ai tempi di Dolci, il voto di scambio andava alla grande, nel Meridione. Ma allora c’era poco da riderci sopra. Quando Danilo sbarcò a Trappeto – piccolo borgo di pescatori vicino a Partinico – le stradine del paese erano una fogna a cielo aperto, i piccoli ci giocavano dentro. Un neonato gli muore sotto gli occhi per denutrizione. Ecco come ce lo racconta lui stesso: ‘Arrivo, la stanza è umida, scura, senza finestre, quasi vuota. La giovane madre è gialla, non pallida, ma proprio gialla: il marito è in galera per un furto di pochi limoni. Da giorni la madre (Giustina Barretta) non mangiava e il bambino, non trovando latte nel suo seno, stava morendo. Corro in farmacia a Balestrate e torno con il latte. Tentiamo di farlo succhiare al bambino, ormai esanime: non riesce più a inghiottire, nemmeno respira più; è morto’.

E oggi? Non è per vera fame che si svende il proprio voto – un pezzo della propria anima, della propria integrità – per 50 euro, per un cellulare usato. Per cosa, allora? Per vuoto, probabilmente. Di senso, di scopo. Pallidi, scorati nemici della vita.

Proprio Danilo Dolci, questo gigante del bene, li mise in versi, con preveggente amarezza: ‘Passa la gente, passano a milioni / sempre più fitti, sempre più i medesimi/ a miliardi nel mondo / e se ne vanno lasciandosi rubare / tutta la vita della propria vita / e non sanno a chi urlare e come urlare “ esisto anch’io” ’.

3 Comments

  1. storia e attualità nelle parole di Carlotta Wittig Una scrittrice fantastica che educa flagellando le miserie di tanti lestofanti al potere .

  2. Ci saranno ancora persone così? Come sempre, grazie Carlotta! Prima di leggere questo articolo sapevo poco di Danilo Dolci… Solo che era il poeta dei diseredati…..

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