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Arkadiko Film Festival. Twilight, la recensione

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Ispirato a “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt, diretto da György Fehér, amico di Béla Tarr e produttore di Sátántangó, TWILIGHT è un thriller esistenziale, considerato il capolavoro del regista ungherese.

Sinossi

In una zona remota delle montagne ungheresi, una bambina viene trovata violentata e barbaramente uccisa. Del delitto è sospettato un venditore ambulante con precedenti penali per pedofilia, ma l’investigatore chiamato a indagare non crede alla colpevolezza dell’uomo e capisce da subito di trovarsi dentro un mistero. Dopo il suicidio dell’ambulante, l’investigatore trova un disegno della vittima che potrebbe suggerire l’identità dell’assassino…

La recensione

Immersa in una perenne foschia (nebbia/sigaretta) quest’opera memore della lezione di Béla Tarr, poggia tutto il suo fascino sulla rarefazione spazio–temporale, su immagini-fantasma incastonate come gemme in un rigido formalismo.

Guardare senza vedere, ascoltare senza sentire, l’involucro della realtà impedisce la comprensione della stessa, noi come il protagonista del film brancoliamo sospesi nel buio verso una verità inafferrabile.

Incantati da eleganti movimenti della macchina da presa e da magistrali piani sequenza, per un attimo la nostra attenzione si sposta sulla macchina/cinema  generatrice di senso, dove il vedibile ed il leggibile si fondono per dare vita a qualcosa che è altro da sé, qualcosa che muta in una nuova esperienza.

In TWILIGHT il potenziale appare più rilevante del fenomenico, da una parte si apre alla possibilità di mondi paralleli, dall’altra  al perturbante, dove in un mondo dannato, la figura imperscrutabile di un assassino senza volto (un gigante nero, come viene raffigurato nel disegno della vittima) si fa incarnazione del male assoluto.

TWILIGHT è visibile fino al 30 aprile 2024 su MYMOVIESONE.

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