Eni: la cessione indebolisce l’Italia. Ma ecco una proposta

sabato, 18 Maggio 2024
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Mentre Francia e Germania hanno nazionalizzato le aziende energetiche per controllare i prezzi in bolletta, l’Italia cede quote del gioiello creato da Enrico Mattei. La geoeconomia impone in realtà l’esatto contrario. Ad oggi è fondamentale sviluppare un tessuto economico intorno alle aziende come Eni, fondamentali nel procacciamento energetico per far produrre il Paese.

La decisione del Ministro Giorgetti d’avviare una procedura accelerata di raccolta ordini – “Accelerated Book Building – ABB” – per la cessione di 91.965.735 azioni ordinarie di Eni, pari al 2,8% del capitale sociale della società, rappresenta un errore strategico e una scelta criticabile per diversi motivi.

In primis: la privatizzazione continua di Eni riduce il controllo pubblico su una delle principali aziende energetiche del Paese, potenzialmente compromettendo la capacità del governo d’influenzare le politiche economiche nazionali in un settore cruciale per la sicurezza e l’indipendenza energetica dell’Italia. Mantenere una partecipazione significativa dello Stato in Eni è essenziale per garantire che gli interessi pubblici siano tenuti in considerazione nelle decisioni strategiche dell’azienda, un tassello fondamentale per l’interesse nazionale e di conseguenza dei contribuenti italiani, i veri danneggiati dell’operazione.

Inoltre, la vendita delle azioni di Eni, affidata a un consorzio di banche composto da Goldman Sachs International, Jefferies e UBS Europe SE, per un valore stimato di circa 1,4 miliardi di euro, sembra una soluzione a breve termine per raccogliere fondi, ma può rivelarsi dannosa a lungo termine. Privatizzare ulteriormente Eni rischia d’indebolire anche la posizione finanziaria e strategica del Paese, specialmente in un contesto globale in cui le risorse energetiche sono sempre più importanti e dove essere un Paese industrializzato è importantissimo per mantenere vive le produzioni.

La cessione di queste quote a investitori qualificati in Italia e a investitori istituzionali esteri non solo diminuisce la sovranità economica del Paese, ma potrebbe anche portare a una gestione orientata esclusivamente al profitto, piuttosto che al bene comune.

Inoltre, l’impegno del MEF a non vendere ulteriori azioni della società per un periodo di 90 giorni dimostra la precarietà e l’incertezza della strategia adottata, che in dote porta solo disequilibrio e scarso appeal sui mercati per l’intero sistema Paese, che appare in vendita per sistemare i conti pubblici. La realtà è diversa, l’Italia è il quinto paese al mondo per export e ha filiere di valore, su oltre 5.300 prodotti scambiati in campo mondiale, su 1500 l’Italia è tra i primi cinque Paesi al mondo per scambi nella bilancia commerciale. Una versatilità che tedeschi e francesi sognano, come illustrato dal professor Fortis.

La cessione di ulteriori quote di una società strategica come Eni dovrebbe essere fermamente evitata per preservare gli interessi nazionali e garantire una gestione sostenibile e orientata al futuro delle risorse energetiche italiane.

Ricordiamo che l’ Eni nell’ottobre 1995 era ancora del tutto statale, terza mondiale fra le società petrolifere (ora è fuori dalle prime 5) e garantiva il 51% del fabbisogno energetico italiano (oggi è scesa sotto il 30%…). I guadagni erano tutti del contribuente italiano e garantivano stabilità economica al Paese, competitivo grazie ai propri “campioni industriali”, gestiti un tempo dall’Iri. Era l’Italia temuta targata anni ’80 che divenne quarta potenza mondiale a fine decennio.

La Germania ha “omesso” 800 miliardi dal debito pubblico, denari utilizzati per aiutare le proprie imprese e nazionalizzarne altre.

Gli altri stati “aiutano” e l’Italia vende (anzi svende), la cifra è quasi insignificante confrontata al volume economico italiano (più di 2000 miliardi).

Forse sarebbe utile rimettere in piedi un ministero delle partecipate collegato all’intelligence economica, il tutto a tutela dei contribuenti italiani.

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