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Europee, ecco le pagelle (provvisorie) di Meloni e Schlein

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Europee, Meloni e Schlein all’ultimo miglio. Mentre mancano meno di due settimane al voto e mentre vige il silenzio sondaggi possiamo già stilare le pagelle provvisorie di entrambe. Cosa hanno sbagliato, cosa hanno invece azzeccato e cosa possono ancora fare le due leader prima del voto?   

Partiamo innanzi tutto dai dati che emergono dagli ultimi sondaggi pubblicati. Questi assegnano a FdI un risultato che oscilla tra il 26,5 2 il 27,2 per cento (alle Politiche prese il 26). Il consenso del Pd è invece stimato tra il 22 e il 22,5 per cento (il risultato delle Politiche fu del 19%). Sostanzialmente stabili gli altri soggetti politici, sia del centrodestra sia del centrosinistra, con Forza Italia e Lega tra l’8 e il 9% (sapremo solo all’ultimo se ci sarà stato il “sorpasso” di Antonio Tajani su Matteo Salvini) e, sul fronte opposto, con il M5S intorno al 15%, che corrisponde più o meno a quanto il partito di Giuseppe Conte ottenne nel settembre del 2022.

Questi dati sembrano premiare più di tutti la segretaria del Pd, che porterebbe il suo partito a guadagnare almeno il 3% (se non di più) rispetto alle elezioni politiche, quando alla guida del Pd c’era Enrico Letta.

Sostanzialmente stabile il quadro della Meloni e del centrodestra, con le Europee che dovrebbero confermare il dato delle Politiche. Il che, tenuto conto della difficile congiuntura interna e internazionale dell’ultimo anno e mezzo, sarebbe un risultato tutt’altro che disprezzabile.

È superfluo precisare che si tratta di dati ancora virtuali e che il quadro reale potrebbe essere anche piuttosto diverso: ci potrebbe essere sempre un evento imprevisto e imprevedibile (proveniente dalla cronaca interna o da quella internazionale) che sarebbe in grado influenzare l’opinione pubblica negli ultimi giorni prima delle Europee. E vanno sempre messe in preventivo possibili scelte e dichiarazioni dei protagonisti capaci di spostare consistenti segmenti di elettorato fino alla fine.

È possibile però già ora stilare un bilancio provvisorio e compiere le prime valutazioni. E ciò sia sulla base delle tendenze che sembrano ormai consolidate sia del “sentiment” diffuso, al di là delle possibili oscillazioni di qualche punto in percentuale.

Rimanendo nella metafora della pagella, potremmo assegnare alla Meloni complessivamente la sufficienza. Ma non più di un 6 secco.  E questo perché, comunque vada, il risultato appare inferiore a quello preconizzato circa un anno fa, con la previsione di FdI oltre il 30 per cento e con la premier capace di polverizzare gli avversari e di asciugare gli alleati.

Diciamo anche, più in generale, che questa campagna per le Europee è partita con largo anticipo e ciò può aver sfiancato la premier, soprattutto per le improvvide iniziative di Salvini che l’hanno costretta o a imbarazzati silenzi o a faticosi tentativi di recupero d’immagine per il governo. E certo non le hanno nemmeno giovato, nell’inverno scorso, né il braccio di ferro sul candidato governatore in Sardegna né la disputa sull’abolizione del limite del doppio mandato per i presidenti di Regione: gli uomini della premier  hanno dato l’impressione di perseguire il potere ai danni degli alleati (in Veneto FdI ha rivendicato con largo anticipo il candidato governatore alle prossime elezioni regionali).

A rallentare la marcia della premier hanno poi provveduto i numeri difficili della legge di bilancio, resi ancora più aridi  dal non brillantissimo accordo europeo per il nuovo Patto di stabilità. Né l’ha aiutata la crisi mediorientale, che ha fomentato le piazze filopalestinesi. E ci si è messo di mezzo anche Sergio Mattarella: il capo dello Stato ha accusato la polizia di Matteo Piantedosi di usare con troppa disinvoltura il manganello contro gli studenti, cosa che ha provocato un tormentone durato giorni e giorni.

Di contro, la Meloni ha azzeccato alla grande la mossa di personalizzare la campagna elettorale, presentandosi candidata alle Europee e invitando coloro che intendono votarla a scrivere “Giorgia” sulla scheda. Altra mossa azzeccata è stata quella di rilanciare il confronto sul premierato e di far sapere che non intende rimanere a Palazzo Chigi senza lasciare un segno duraturo del suo passaggio. «O la va o la spacca», ha detto nei giorni scorsi a proposito del probabile referendum confermativo sulla riforma costituzionale. Anche se ieri ha comunque precisato: «Se non passa, non mi dimetto».

Per quanto invece riguarda la pagella della Schlein, c’è da dire che merita più della sufficienza, diciamo un 7-7+. Ma occorre anche  aggiungere che di suo c’ha messo solo di indovinare i temi sociali come il salario minimo e la crisi della sanità pubblica. Per il resto, la campagna gliel’hanno fatta gli altri, a partire dall’alleato- rivale Conte, che non ne ha azzeccata una in questi mesi. Lo “strappo” dal Pd nelle candidature alle elezioni regionali in Basilicata e in Piemonte gli ha fatto fare la figura del leader bizzoso che non ci sta a finire secondo nel “derby” del centrosinistra. Analoga brutta figura, il leader del M5S, l’ha fatta guidando la rivolta contro l’annunciato (e mai realizzato) confronto diretto tra la Meloni e la Schlein in tv. Alla segretaria del Pd  è poi arrivato un altro notevole aiuto da parte dei giudici genovesi, i quali hanno pensato bene di dare la notizia dell’inchiesta a carico di Giovanni Toti un mese prima delle elezioni europee, facendo con ciò dimenticare i guai giudiziari del Pd in Puglia che stavano mettendo in serio imbarazzo Elly e tutta la sinistra.

Che cosa a questo punto possono fare le due leader nei pochi giorni che mancano all’apertura delle urne? Per quanto riguarda la segretaria del Pd, le basterebbe solo giocare di rimessa, continuando a incalzare il governo  sul tema del disagio sociale. Buona in questo senso la mossa di partecipare alla manifestazione della Cgil a Napoli: il tandem con Maurizio Landini può funzionare, almeno finché dura la campagna per queste Europee.

La Meloni dovrebbe invece sfruttare maggiormente il tema continentale, ricordando a tutti che queste sono, appunto, elezioni europee e che l’Italia potrà contare di più nelle prossime istituzioni Ue. Dovrà ricordare in particolare che gran parte del nostro destino di popolo lo si decide proprio a Bruxelles e che obiettivo suo e della destra italiana è cambiare quest’Europa che ci vede sempre penalizzati. Toccare il nervo nazionale nei confronti degli “altri” che non ci vogliono bene funziona sempre. Almeno a destra.

 

 

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