Il Vaticano, per chi l’ha dimenticato, è una monarchia (sulla carta ancora assoluta), e non una repubblica parlamentare, magari con un bel premierato.
Ovvio che a chiedere scusa circa la frase incriminata (la “frociaggine”), sia stata la Santa Sede (il portavoce Matteo Bruni), e non papa Francesco in prima persona.
Il Sommo pontefice, come la regina Elisabetta e ogni sovrano che si rispetti, anche dopo aver detto qualcosa di particolare, sconveniente, di politicamente scorretto, non può smentirsi, giustificarsi, o replicare alle offese o alle accuse, restituendo la pariglia, come ha fatto ad esempio, la Meloni con De Luca, a proposito della parola “stronza”.
Per il papa ha risposto la sua struttura: “Francesco non ha mai inteso offendere o esprimersi in termini omofobi e rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi per l’uso di un termine riferito ad altri, trapelato all’esterno”.
Come se non bastasse, il vice presidente della Cei, Monsignor Francesco Savino, ha detto che si è trattata di una frase “tolta dal contesto e usata per dividere”.
Ecco dove ogni pezza peggiora più del danno.
Quando si rientra nel pensiero unico per non perdere terreno, dimostrando debolezza, o quando ci si aggrappa alla strumentalizzazione altrui, o alla decontestualizzazione e addirittura, al complotto.
Scuse che utilizzano tutti i politici quando lanciano messaggi, e poi ci ripensano; o quando vengono realmente interpretati male.
Parliamoci chiaro, il tema non è la pezza, ma se il papa in “camera-caritatis” la pensa proprio così.
Se così fosse, si aprirebbe un terribile gap tra quello che la Chiesa pensa, come dottrina, tradizione e quello che dice il suo massimo esponente (e che dicono cardinali e vescovi del “nuovo corso”), per riacquistare un consenso perso da decenni. O peggio, se le parole usate non sono mai semplice espressione di aperta “pastoralità”, ma di mera strategia.
In verità, se volessimo seguire un pignolo filo logico e una coerenza scientifica rispetto al pontificato di Francesco, l’argomento gay è stato ampiamente trattato, con la famosa frase “chi sono io per giudicare”. Subito seguita da una spiegazione alta e pedagogica: “Se i gay si comportano bene” (tradotto: non compiono atti sessuali disordinati, medesimo precetto valido per gli eterosessuali), “se cercano il Cielo” (si aprono quindi, a una dimensione più spirituale, e se “non fanno lobby” (pericolo non da poco dentro la Chiesa).
Ne consegue, per deduzione, che la frase “rubata” all’assemblea generale della Cei, tenutasi a porte chiuse, più che “una battuta per sdrammatizzare”, comunque possibile, considerando lo spirito allegro e comunitario dell’incontro, come riferito per altro da testimoni, è perfettamente in linea con la sua posizione storica, pur espressa in questa occasione in modalità “parroco di campagna” o “soldato tra i soldati”.
Non a caso uguale concetto è stato espresso nella sostanza dalla Santa Sede per frenare le polemiche del mondo laicista-Lgbtq e della sinistra (nonché la gioia dei movimenti tradizionalisti), e cioè, che nella Chiesa “c’è posto per tutti”: concetto che non aggiunge e non toglie nulla a quanto dichiarato da papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato (l’ospedale da campo).
Ergo, la “frociaggine” resta presente come un termometro, una spia, un criterio cui guardare quando si deve fare la selezione di chi può accedere o meno nei seminari.
Tradotto, l’orientamento sessuale non è una scelta, ma una condizione che si scopre, e che a maggior ragione non può essere appalesata o esercitata durante l’attività di sacerdote; stesso divieto per gli eterosessuali (il celibato).
Ma un dubbio resta, ed è quello che sconcerta i fedeli e non solo, secondo le regole della Finestra di Overton: i continui e ciclici alti e bassi della comunicazione del pontefice (comunicazione autonoma o indotta che sia): otto punti a favore del “progressismo” (migranti, ordine mondiale, ecologia, benedizioni delle coppie gay etc), e solo due a favore della dottrina, recentemente ribaditi nella “Dignitas infinita” (no all’aborto, all’eutanasia, all’utero in affitto, al gender).
Tanto che un criterio adottato dai più è ormai quello di distinguere tra Francesco quando parla “ex cathedra”, e invece, quando parla “ex-avion” (in aereo, dialogando spontaneamente con i giornalisti, costringendo i suoi collaboratori a continue rincorse e correzioni).



