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Meloni travolge tutti: perché è sempre la più forte

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Meloni zittisce  i gufi. FdI stravince le elezioni europee e supera abbondantemente il risultato delle elezioni politiche del 2022.

Vittoria doppia quella della premier, perché Giorgia trascina il suo partito in alto e si conferma contemporaneamente traino del governo. L’esecutivo si rafforza in un’Europa che vira destra, con il travolgente successo di Marine Le Pen in Francia (Emmanuel Macron, alla disperazione, scioglie il Parlamento) e con l’avanzata dell’estrema destra in Germania. AfD supera il partito del cancelliere Olaf Scholz, che precipita al 14%. Un vero e proprio terremoto.

Il confronto tra Italia ed  Europa è significativo, non solo perché l’Italia di Giorgia Meloni segue la tendenza degli altri Paesi Ue dove un po’ ovunque si registra l’avanzata dei partiti di destra, ma anche e soprattutto perché il governo da lei presieduto è l’unico che si rafforza tra i grandi Paesi fondatori dell’Ue, segno evidente che la destra di governo in Italia è tutt’altro che quella banda di incompetenti improvvisatori che la stampa di sinistra ama dipingere fin dai giorni dell’ingresso di Giorgia a Palazzo Chigi. Si tratta di un motivo di orgoglio che la premier ha voluto subito sottolineare nella primissima dichiarazione a commento del voto: «Sono orgogliosa del fatto che questa nazione si presenterà in Europa e al G7 con il governo più forte di tutti».

Numeri alla mano, la maggioranza di centrodestra ottiene complessivamente il 47,5%, cioè a dire il 3,5% in più rispetto alle Politiche. E a fare da traino è appunto Fratelli d’Italia, che passa dal 26% del 2022 al 28,8 % di oggi.

La Meloni ha anche un’ulteriore ragione per sorridere che è data dal fatto che la sfida interna tra gli alleati junior di centrodestra finisce in sostanziale parità: Forza Italia ottiene il 9,7%, mentre alla Lega va il 9,0. C’è stato sì il “sorpasso” del partito di Antonio Tajani su quello di Matteo Salvini, ma va aggiunto che Forza Italia si è avvalsa dell’alleanza con Noi Moderati di Maurizio Lupi, che alle Politiche prese lo 0,9%. Per il leader del Carroccio si pongono comunque seri motivi di riflessione perché la formula del partito di lotta e di governo non è riuscita a permettere alla Lega di raggiungere la soglia del 10 per cento.

E poi non è al momento chiaro il ruolo che può aver svolto Roberto Vannacci nel portare consensi alla Lega. Questo dato sarà sicuramente oggetto di attente valutazioni nei prossimi giorni perché, al di là dell’ammontare delle preferenze ottenute dal generale di parà, si può ipotizzare che l’operazione Vannacci possa essersi risolta in sostanziale parità per Salvini, nel senso che, se da un lato può aver frenato l’emorragia di consensi della Lega, può anche, dall’altro, aver fatto perderle voti, accentuando quella postura di estrema destra del Carroccio che avrà probabilmente infastidito una parte dei settori moderati che in passato votavano per il partito di Salvini, soprattutto al Nord. Fa riflettere il caso del Veneto, dove Fratelli d’Italia ha conquistato quasi tre volte tanto i voti della Lega. Tutti questi dati dovrebbero quindi consigliare a Salvini un atteggiamento più prudente nei rapporti col governo.

La Meloni non ha nemmeno motivo di preoccuparsi  per l’avanza sia del Pd sia dell’Alleanza Verdi-Sinistra. Il contemporaneo arretramento del M5S lascia i rapporti di forza stanzialmente immutati tra centrodestra e campo largo, che poi non è nemmeno un’alleanza politica ma la semplice sommatoria di forze eterogenee.

Ci sarà tempo, nei prossimi giorni, per approfondire i motivi del risultato di queste elezioni. Ma, senza soffermarsi sulle felici scelte comunicative della Meloni nei giorni decisivi della campagna elettorale (azzeccata in tal senso la parolaccia che la premier ha “restituito”  al governatore della Campania Vincenzo De Luca durante la visita a Caivano), senza considerare questo aspetto, il voto di ieri premia la strategia di fondo della Meloni di operare scelte difficili in materia economica senza raccontare frottole agli italiani. È superfluo ricordare che questi diciannove mesi di governo sono stati tutt’altro che semplici sul fronte della politica economica: ristrettezze finanziarie ed emergenze varie (dal caro energia allo tsunami del superbonus) hanno costretto l’esecutivo a varare leggi di bilancio poco espansive. E la Meloni, nel primo commento a caldo al risultato elettorale, ha voluto rimarcare proprio questo rapporto di fiducia tra lei e gli italiani che si è mantenuto saldo anche in una congiuntura complessa: «In questi quasi due anni abbiamo fatto scelte difficili. Non avevamo soldi da buttare al vento. Abbiamo detto la verità. E il fatto che gli italiani hanno capito questo è una cosa straordinaria».

La prima scelta che dovrà operare la Meloni nelle prossime settimane è relativa alla collocazione di FdI  (e dei conservatori dell’Ecr) in Europa. È ancora presto per fare previsioni. Però il forte vento di destra che spira sul continente offre alla premier italiana l’opportunità di contare di più nelle istituzioni europee. La maggioranza Ursula è ancora in piedi ma risulta indebolita. A questo punto è probabile che l’alleanza popolari-liberali-socialisti chieda aiuto ad altre forze. E quindi delle due l’una: o si rivolgerà a sinistra (i Verdi) o a destra (i conservatori). È probabile che Ppe e soci scelgano la prima strada. Ma il rischio è elevato, vista l’impopolarità dell’Agenda Green.

La Meloni potrebbe attendere al varco i popolari (che sono comunque cresciuti) e provare a dettare le sue condizioni. Ma potrebbe anche scegliere di abbracciare Marine Le Pen e costituire una grande forza sovranista-conservatrice in Europa. Entrambe le possibilità presentano vantaggi e svantaggi. Ne sapremo di più nelle prossime settimane. Certo è che per Giorgia si apre una fase ricca di opportunità. Ma anche di dilemmi.

 

 

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