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Europee, allarme marea nera? Tutta una buffonata

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Altro che marea nera, altro che rivoluzione, queste elezioni verranno ricordate come l’ennesima vittoria della DC europea, ovvero il blocco di popolari più socialisti che mettendosi insieme impedisce qualunque ricambio al vertice della Commissione.
È vero, la tornata elettorale dell’8 giugno ha visto un significativo aumento del consenso per i partiti euroscettici e della destra populista, in particolare in Austria, Francia e ovviamente l’Italia, dove la Meloni riesce a confermare gli eccezionali risultati delle politiche di due anni fa. Tuttavia, nonostante questa crescita, a livello di Commissione e quindi di potere effettivo, i cambiamenti saranno minimi. La cosiddetta coalizione Ursula, composta da popolari, socialisti e forze europeiste, è destinata a mantenere il controllo, garantendo così una sostanziale continuità dello status quo.
Non a caso Giorgia Meloni, che non sarà una statista ma è una politica di razza, ha già deciso di adottare un approccio pragmatico per non sprecare l’occasione datale dalla valanga di eurodeputati che si è assicurata.
Prima di tutto ha esortato il suo gruppo dirigente a evitare reazioni impulsive e a utilizzare la testa nelle trattative europee. È probabile che, al momento opportuno, la premier istruirà i suoi rappresentanti a Strasburgo di votare a favore del presidente della Commissione, chiunque esso sia. Ciò avverrà per diversi motivi strategici. In primo luogo, un capo di governo che nomina un commissario non può poi non sostenere la commissione di cui il suo candidato fa parte, come accadde cinque anni fa con i polacchi del Pis, che sostennero Ursula von der Leyen nonostante le tensioni con i popolari.
Inoltre, Giorgia non intende essere esclusa dalle decisioni cruciali che si prendono a Bruxelles, specialmente considerando i problemi economici che deve affrontare in Italia, come l’applicazione del nuovo Patto di stabilità e i tempi di attuazione del PNRR. La premier mira a ottenere un “ministero” proporzionato al peso politico conquistato nelle urne e una vicepresidenza della Commissione, ruolo che spetta all’Italia a legislature alterne. Questo quinquennio, secondo Meloni, è quello giusto per ottenere una posizioni di rilievo “di destra”.
Ovviamente durante la campagna elettorale Meloni è stata dura non solo con i socialisti ma pure con i moderati del Ppe (gruppo al quale appartiene tra l’altro Forza Italia), ma la realtà delle trattative europee richiede un approccio più conciliante. In questo contesto, la vera partita non si gioca a Bruxelles ma in casa: Meloni dovrà costruire attentamente una narrativa in grado di spiegare ai suoi elettori che, sebbene entrerà in una coalizione con socialisti e liberali per sostenere il presidente della Commissione, non stringerà un’intesa con questi gruppi su altri provvedimenti. La cooperazione sarà limitata al voto segreto per il presidente della Commissione, che viene indicato dai governi nazionali. Su altre questioni, Meloni deciderà di volta in volta come posizionarsi. Un atteggiamento comunque conciliante e costruttivo che parte dell’elettorato potrebbe concepire come un tradimento.
Non a caso Ursula ha lasciato una “porta aperta” a Meloni evitando ogni occasione di contrasto ed evitando di replicare quando la Meloni, per ragioni puramente elettorali, si abbandonava a qualche critica nei confronti dei burocrati europei. Questo scenario smentirebbe quindi le teorie che vedono i popolari allearsi con i Verdi (molto indeboliti in questa tornata elettorale, anche a causa dell’appannamento dell’eroina ambientalista Greta Thunberg) per escludere proprio Meloni, dimostrando che le forze europeiste non possono ignorare il peso politico dei conservatori.
Non sarà comunque la vittoria dell’Agenda Draghi, perché quello che vedremo sarà probabilmente un accordo al ribasso, poco propenso a mettere in comune le risorse (a livello di bilancio europeo ed eurobond) necessarie per rendere l’Europa una forza economica autonoma. Ma se pure si arrivasse a un accordo “alto”, in grado di coinvolgere l’ex premier italiano, c’è da star certi che anche in quel caso la Meloni riuscirà a essere della partita. Realizzando quel progetto di destra italiana ascoltata in Europa che persino per Berlusconi era rimasto solo un sogno.

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