Pescara. Cultura, social, droga, famiglia: le “armi” degli assassini di Thomas

martedì, 25 Giugno 2024
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Cosa dire? Bestie, parassiti, viziati, pazzi, indegni di far parte del genere umano. Non c’è etichetta possibile per definire i due assassini di Pescara. Due ragazzi (di 15 e 17 anni) che hanno ucciso un loro coetaneo.

Lo hanno massacrato con 25 coltellate, ripartendosi equamente i colpi, infierendo, secondo precise testimonianze, anche quando Cristopher Thomas Luciani era a terra rantolante, dicendogli addirittura di “stare zitto”. Tutto per un regolamento di conti legato a questioni di droga. Non comprendendo nemmeno, quasi come fossero dentro un video-gioco, che stava morendo.

E poi, che hanno fatto? Indifferenti e cinici sono andati al mare a fare un bagno, nascondendo i corpi del reato (coltelli, forse una pistola). E, come se non bastasse, di fronte alle autorità inquirenti, in seguito, non hanno dimostrato alcun pentimento. Anzi, si sono distinti per un’assoluta mancanza di empatia e senso morale della realtà (come se stessero dentro un relativismo interpretativo e una certezza di impunità: il che la dice lunga sulla loro formazione a monte).

Questi, non unici e isolati, sono gli effetti devastanti della recente devianza giovanile, che alberga ovunque, ben al di là delle appartenenze sociali di classe; è l’effetto del danaro, della droga (sia consumata, sia venduta), delle logiche criminali dello spaccio, della cultura piccolo-mafiosa delinquenziale e del bullismo adolescenziale, che da decenni imita il modello “Romanzo criminale” o mutua i propri codici dalla filosofia rapper e trap.

L’unica cosa da fare è sbattere i due in carcere e buttare la chiave. Altro che tesi buoniste, sociologia da salotto, perdonismo cristiano, mistica del recupero, narrazione giustificazionista che gli avvocati, prima o poi, imporranno. E’ il simbolo del fallimento della pedagogia della sinistra che ha inquinato scuole e istituzioni.

L’unica pedagogia da applicare, di fronte a tale violenza e disumanità, è la punizione. E non siamo nemmeno sicuri che 30 anni basteranno per pentirsi, cambiare, redimersi, convertirsi.

25 coltellate per appena 200euro (la cifra forse pattuita e non rispettata dalla vittima), possono essere mai il confine, il discrimine, tra la vita e la morte di un essere umano? E poi ci lamentiamo che si considera normale uccidere, abortire, violentare, sopprimere le donne che lasciano, che si liberano dai narcisisti patologici?

Il guaio è che i due assassini nemmeno si sono posti il problema della proporzionalità tra l’affronto, la mancanza del ragazzo e la vendetta. L’unica cosa da emendare è stata l’infamità di chi, secondo loro, avrebbe violato le regole banditesche.
Una vendetta maturata con la sicura aggravante di evidenti stati di alterazione chimica, mentale e culturale. Dove il senso della realtà sparisce. Sostituito da una folle e spietata ideologia gangsteristica da borgata sud-americana.

Colpa della società? Dei social? Forse sì.
Ma anche e soprattutto delle famiglie. Di certe famiglie.

I due accusati dell’omicidio non vengono dalle periferie, ma da famiglie-bene della provincia italiana. Figli di avvocati, poliziotti, esponenti della politica. Assenti o non assenti, questi padri e queste madri, cosa hanno insegnato, cosa hanno trasmesso ai loro figli? Il mito dei soldi facili, del successo, del consumismo, dell’egoismo, dell’insensibilità verso gli altri, la società, le regole (il famoso familismo amorale italiota)? E cosa non hanno capito o voluto capire dei loro figli? Quali mostri si nascondevano nel segreto delle loro stanze chiuse a chiave, e nella loro comunicazione bipolare in casa? Agnellini dentro quattro mura e killer fuori?

Non è facile fare i genitori. Lo sappiamo tutti. Prevale purtroppo lo spirito del tempo, le relazioni tossiche, il contesto. Ma una riflessione sulla crisi della famiglia e dei suoi valori va fatta. Altrimenti la società muore.

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