Il tema scelto per la cinquantesima Settimana Sociale di Trieste, conclusasi domenica scorsa, si intitolava “Il cuore della democrazia”, una traccia alquanto complessa che sottende argomenti altrettanto sensibili come partecipazione e pace, lavoro e diritti, migrazioni e diritto a una vita libera e dignitosa, un’economia che rimetta al centro l’uomo e la natura. Tra i soggetti animatori di uno degli appuntamenti più qualificanti del laicato cattolico italiano c’è il Movimento cristiano lavoratori. Lospecialegiornale.it ha chiesto al presidente nazionale Alfonso Luzzi quale sia stato il contributo, in termini di idee e di proposte, di Mcl ai lavori.
«La Settimana Sociale di Trieste, voglio evidenziarlo subito, è stata una preziosa occasione di confronto ed elaborazione, nell’incontro e scambio tra diverse sensibilità, per il laicato cattolico in Italia. Sicuramente intenso, forse breve. Il nostro Movimento si è preparato all’appuntamento coinvolgendo le realtà di base in diverse iniziative capillarmente diffuse sui territori, che hanno condotto all’elaborazione di spunti e contenuti poi confluiti nel Documento che ha riassunto in linee essenziali il nostro contributo. In una decina di pagine, in particolare, abbiamo individuato alcune emergenze e sfide: l’impatto sulla qualità della democrazia dell’innovazione tecnologica, che rischia, se non affrontarsi con un pensiero lungo, di mettere tra parentesi il lavoro, e l’uomo quindi; la ricostruzione della rappresentanza scommettendo su sussidiarietà e partecipazione popolare; la pace come sfida planetaria in questo cambio d’epoca. Abbiamo, insomma, tratteggiato percorsi verso nuovi paradigmi e cercato, come ci invita a fare Papa Francesco, dove possa essere l’innesco per processi di cambiamento e costruzione di “bene comune”».
Viviamo in una società sfilacciata dove i principi fondanti sembrano smarriti e nella quale i soggetti più fragili sono condannati all’emarginazione. Tra le cause c’è anche quella che il Cardinale Zuppi ha ravvisato nella “crisi del noi”, sacrificato sull’altare dell’individualismo sfrenato?
«Il cardinale Matteo Zuppi, che abbiamo sempre sentito paternamente vicino alla nostra esperienza, ha giustamente individuato il rischio di un ripiegamento solipsistico. Una “crisi del noi” che nasce, a nostro avviso, dal pernicioso incrociarsi di due narrazioni ideologiche pericolose con il relativismo assoluto e la “cultura dello scarto”. La società solidale, in essa l’articolato e vivace arcipelago cattolico, ha una consapevolezza del pericolo forse più elevato rispetto alla politica. Valorizzare l’impegno per gli ultimi che l’associazionismo declina in un poliedro di opere è allora il primo compito che le istituzioni hanno di fronte. Questo, secondo noi e lo abbiamo ribadito, può essere fatto solo investendo sul lavoro come spazio di protagonismo per la persona, non con logiche assistenzialistiche».
L’Unione europea che ha appena rinnovato il Parlamento è alle prese con la laboriosa formazione della Commissione. Tuttavia, non si può negare che stia attraversando una storica crisi di identità e di autorevolezza anche perché incapace di dialogare con i cittadini. Come si rimette al centro la persona in un siffatto organismo sovranazionale sempre più attraversato da interessi politico- finanziari?
«Il quadro politico continentale, dopo il voto per il rinnovo dell’Europarlamento, è sicuramente complesso e si farebbe un errore a non adeguatamente considerare il disagio profondo, non riducibile solo paure e frustrazione, che hanno portato molti elettori ad optare per proposte populiste o addirittura cedere all’astensione. I numeri dicono, comunque, che esiste la possibilità di riproporre la maggioranza che cinque anni fa ha eletto Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione, con un’indiscutibile centralità dei popolari. Proprio nell’ottica di riavvicinare l’Unione Europea ai cittadini, così mettendo la persona e le comunità al centro, occorre che l’eventuale rinnovato accordo non si presenti e agisca come una elitaria e reattiva difesa dello status quo. Di più, ad esempio, andrebbe operato, così ascoltando davvero la profetica voce del Santo Padre, sulla sfida della pace in questo contesto di “Terza guerra mondiale a pezzi”. Resta una ferita insanata, infine, il non riconoscimento delle radici giudaico-cristiane dell’Europa».
La nota dolente: i cattolici e la politica. Il Papa è tornato sull’argomento invitandovi a impegnarvi di più. È necessario ritrovarvi in un nuovo soggetto centrista o è prioritario migliorare la qualità dell’impegno dei cattolici in qualunque consesso essi si trovino?
«Abbiamo sempre cercato di corrisponde concretamente, senza invasioni di campo o contaminazioni negative, all’invito degli ultimi Pontefici a un rinnovato impegno politico dei cattolici, al di là della consunta riproposizione nostalgica di questa o quella formula organizzativa. Negli ultimi decenni, con risultati non sempre eccellenti, si è pensata a una necessaria unità (o convergenza, almeno) sui temi. Per dirla con la formula sentita anche a Trieste, uno spartito prima che in partito. Se spartito deve esserci, beh, allora bisogna chiedersi per quale musica e come essere un’orchestra, visto che non servono solisti che producono cacofonia sovrapponendosi nella volontà di imporsi gli uni sugli altri. Per noi, non da ora, la casa dei laici cattolici che voglia impegnarsi in politica è la grande famiglia europopolare. Avendo come bussola il messaggio che Papà Francesco proprio al Ppe ha rivolto. Altre opzioni richiedono chiarezza d’impegno su principi e valori, perché non si può essere ospiti subalterni di forze politiche che portino avanti agende, a destra come a sinistra, non compatibile con la legge naturale e la nostra ispirazione personalista e solidale».



