Una giornata luminosa rende tutto più piacevole. O almeno accettabile. Vista dall’alto e con occhio distratto Scampia assomiglia al classico quartiere suburbano, sovraffollato e sommerso da cemento, ma tutto sommato nella norma. Il sole però sa anche ingannare: appena la metropolitana affonda il suo ultimo tratto nel ventre del quartiere ci si accorge di quanto sia stata effimera la ventata di modernità portata da questa strada di ferro. I salotti buoni della città sono lontani anni luce, alla faccia della democrazia tecnologica. “Piscinola” recitano le insegne della stazione, le Vele di Scampia si ergono sullo sfondo; Miano è di fronte, Secondigliano è a centinaio di metri più avanti: i quattro quartieri negletti a nord della metropoli condividono da decenni lo stesso degrado. Ad altezza d’uomo la luce perde il suo magico effetto e sale il senso di oppressione e di smarrimento contemplando lo squallore infinito delle Vele ancora in piedi, casermoni di dieci, anche dodici piani e stradoni anonimi da percorrere in auto perché a piedi, dicono, potrebbe essere pericoloso. C’è pure il verde, molto di più rispetto agli altri quartiere napoletani, ma è un verde moribondo.
Un ballatoio della Vela celeste, proprio quella oggetto di un imminente progetto di riqualificazione avviato dal Comune di Napoli del 2019, giorni fa è collassato portandosi via l’esistenza di tre persone e minacciando il destino di altre dodici, che lottano tra la vita e la morte, mentre ottocento persone sono sfollate in attesa di un nuovo tetto. Ecco, c’è gente che nel 2024 muore perché una balconata che si reggeva su cemento marcio e ferro arrugginito è franata ricordando drammaticamente a tutti quanto questo quartiere, l’utopia urbanistica di Franz Di Salvo (al pari del Corviale di Roma e del Biscione di Genova) nata agli inizi degli Anni ’60 per risolvere l’emergenza sociale della casa con soluzioni mai immaginate in passato, sia in realtà ancora una vergogna. Un bubbone sistematicamente ignorato dai partiti, o ciò che ne resta, che da quelle parti si vedono solo alla vigilia del voto per poi sparire fino alla successiva scadenza elettorale. L’università Federico II ha aperto una facoltà, la Chiesa e le associazioni di volontariato (in primis la palestra degli olimpionici Maddaloni) fanno tanto, ma rigenerare socialmente un quartiere che vuole scrollarsi di dosso il marchio infamante di Gomorra, occorrono interventi eccezionali, che partano finalmente dalla presenza fissa dello Stato. Altrimenti la camorra continuerà a fare come ha sempre fatto dal dopo terremoto, assurgendo ad autorità anti-Stato: occupando appartamenti e spazi circostanti, montando cancelli dappertutto, assoldando centinaia di ragazzi, praticando il via a ogni genere di attività criminale.
L’etimologia di Scampia è “scampo”, ovvero campo non coltivato. Un tempo c’era soltanto campagna, meta prediletta dei cercatori di funghi e dei napoletani che ci passavano la giornata di Pasquetta. Oggi è solo disperazione e degrado, dove la disoccupazione e la dispersione scolastica nonostante marchino percentuali altissime, sono considerate mali fisiologici e dove in passato le faide di camorra hanno insanguinato le strade del quartiere con decine di morti al mese. Intanto nelle Vele che svettano sull’orizzonte grigio di Scampia (la rossa, la celeste, la gialla, la verde) si vive sempre di espedienti e di illegalità e si sopravvive negli spazi angusti e spettrali di edifici fatiscenti che non hanno più alcuna ragione di rimanere in piedi.
Se l’ennesimo pugno nello stomaco di una città bella e dannata come Napoli sarà ancora una volta considerato un “loro” problema e non dell’intera collettività, se la disperazione delle periferie non solo di Napoli, ma di tutte le grandi città italiane non entrerà nella coscienza collettiva, il sonno colpevole della società civile proseguirà e Scampia resterà uno dei non-luoghi condannati per sempre. Intanto c’è chi non si arrende, i giovani delle banlieue intorno alle Vele non si piegano al ricatto della camorra e vanno avanti, perché ci credono.
Chi scrive, anni fa fece un reportage a Scampia intervistando, tra l’altro, il titolare di una palestra che accoglieva ragazzi di dieci, undici anni facendoli crescere secondo i valori del rispetto e dell’autocontrollo propri delle arti marziali. Era cosciente della realtà in cui operava, ma in lui c’era un bagliore di speranza: «I miei figli sono nati a Scampia, cresceranno a Scampia e faranno sport. Questo è sicuro. Andarsene sarà una loro scelta». La sfida della politica è questa: fare in modo che i ragazzi di Scampia non debbano scegliere.
Foto: italiachecambia.org



