L’immagine che la Francia ha voluto darsi sui palchi olimpici cozza con una realtà tremenda, figlia dell’impero coloniale francese, ad ogni non ancora defunto.
L’economia è la potenza delle nazioni moderne e molto spesso passa dal soft power, quindi anche da eventi apparentemente distanti tra loro, quali Olimpiadi, show e spettacoli.
La Francia ha sempre tenuto al suo “vecchio impero”, De Gaulle provò in tutti i modi a non cedere agli algerini la libertà. Lo spartiacque per la Francia fu il luglio del 2023, i fatti in Niger hanno scosso gli equilibri geopolitici ed economici dell’Africa occidentale, mettendo in luce le fragilità d’un sistema basato sullo sfruttamento delle risorse. Il colpo di stato militare, guidato dal generale Abdourahamane Tchiani, ha posto fine al governo filo-francese di Mohamed Bazoum, aprendo scenari inediti per la regione.
Al centro di questa crisi, ancora una volta, troviamo l’uranio e il colosso nucleare francese Orano (ex Areva). La Francia, che per decenni ha goduto di un accesso privilegiato alle ricche miniere nigerine, si trova ora a dover fare i conti con una nuova realtà. Il governo militare ha manifestato l’intenzione di rivedere gli accordi di sfruttamento minerario, chiedendo condizioni più eque.
La richiesta d’aumentare le royalties dal 5,5% al 12% non è più una semplice proposta negoziale, ma un’esigenza politica imprescindibile per il nuovo regime. Ovviamente il tutto Parigi vorrebbe negoziarlo in CFA (*). Tale diatriba potrebbe portare a un aumento significativo del prezzo dell’uranio sul mercato mondiale, con ripercussioni sull’intera filiera nucleare europea. La giunta militare insediata infatti è “supportata” dai russi, uno dei motivi per cui Macron ha minacciato più volte l’invio di truppe in Ucraina. In perfetto stile franco-tedesco: quando un problema sfiora Parigi o Berlino diventa immediatamente “europeo”.
In questo scenario complesso, l’Italia si trova in una posizione peculiare. Pur non dipendendo direttamente dall’uranio nigerino, il nostro Paese è chiamato a giocare un ruolo di mediazione all’interno dell’Unione Europea. La recente visita della premier Giorgia Meloni in Tunisia, finalizzata a stabilizzare i flussi migratori, dimostra come l’Italia stia cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle relazioni euro-africane. (In questi giorni la premier è in Cina a sistemare la “Via della Seta”).
Il governo italiano sembra voler riscoprire lo spirito di Enrico Mattei, proponendosi come partner affidabile per i Paesi africani. L’ENI, seguendo le orme del suo fondatore, sta intensificando gli investimenti nel continente, puntando su un modello di cooperazione più equo e sostenibile.
Questa strategia si scontra però con gli interessi consolidati di altri attori europei, Francia in primis. La crisi in Niger ha evidenziato come il modello neocoloniale sia ormai insostenibile, sia dal punto di vista etico che economico. L’Italia, forte della sua tradizione di cooperazione inaugurata da Mattei, potrebbe giocare un ruolo chiave nel ridefinire i rapporti economici tra Europa e Africa.
Il recente memorandum d’intesa siglato tra Italia e Tunisia, che prevede investimenti e cooperazione in cambio di un maggior controllo dei flussi migratori, può essere visto come un tentativo di applicare questo approccio. Tuttavia, il rischio è che si riproponga, sotto nuove vesti, lo stesso modello estrattivo che ha caratterizzato le relazioni euro-africane negli ultimi decenni.
La vera sfida per l’Italia, e per l’Europa tutta, sarà quella di promuovere un modello di sviluppo realmente condiviso. Questo significa andare oltre la semplice estrazione di risorse, investendo nella formazione, nel trasferimento di tecnologie e nella creazione di filiere produttive locali. Il Piano Mattei in pratica.
Il caso del Niger dimostra come la stabilità politica ed economica dei Paesi africani sia strettamente legata alla gestione delle risorse naturali. L’Italia, forte della sua posizione geografica e della sua storia di cooperazione, ha l’opportunità di proporsi come ponte tra Europa e Africa, promuovendo un nuovo modello di relazioni economiche.
La posta in gioco è alta: da un lato, l’accesso alle risorse strategiche necessarie per la transizione energetica europea; dall’altro, la possibilità di contribuire allo sviluppo sostenibile del continente africano, riducendo le spinte migratorie e creando nuove opportunità di crescita.
Il tempo dirà se l’Italia saprà cogliere questa sfida, riportando in auge lo spirito innovativo di Mattei in un contesto geopolitico profondamente mutato.
Una cosa è certa: il vecchio modello neocoloniale è al capolinea, e solo chi saprà proporre alternative credibili potrà giocare un ruolo di primo piano nel futuro delle relazioni euro-africane, anche perché gli Usa preferirebbero l’Italia in Africa come partner perchè sa dialogare con Mosca e paesi arabi. Fa sorridere che in queste ore la polemica in Italia infuria sullo spettacolo d’apertura olimpico (un esercizio di soft power mal riuscito) e non sul futuro energetico del Paese.
Saremo pronti? Perché gli italiani a breve avranno un nuovo “problema bollette” da risolvere se non s’applica una visione a lungo termine.
(*) Il franco CFA ha sempre mantenuto la parità rispetto al franco francese, salvo in casi particolari. Dopo l’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato agganciato alla nuova valuta; è comunque la Banca di Francia e non la Banca centrale europea che continua a garantire la convertibilità del franco CFA. (un po’ strano la Ue accetti)



