Mentre l’Europa si dibatte tra austerità e flessibilità, emergono nuovi dati che gettano luce su un altro aspetto controverso della politica comunitaria: gli aiuti militari all’Ucraina.
Paolo Gentiloni, nostro commissario all’economia, continua a predicare il “consolidamento di bilancio” come una necessità ineluttabile.
Ma necessità per chi? Per i popoli già stremati da anni di crisi, o per placare l’insaziabile appetito dei mercati finanziari?
La Commissione ci rassicura: le prossime finanziarie dovranno essere “realistiche”. I governi non saranno obbligati a “fare cose impossibili”. Solo quelle possibili, si presume, come continuare a spremere i cittadini già allo stremo.
Ma mentre si discute di deficit e competitività, emergono cifre che fanno riflettere. Il Foglio rivela che l’Italia ha speso 2,2 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina, tre volte la cifra ufficiale. Un impegno significativo, che si inserisce in un quadro europeo variegato: la Germania ha stanziato 17,7 miliardi, la Gran Bretagna 9,1, l’Olanda 4,4, la Danimarca addirittura 8,4 spalmati su sei anni.
Questi numeri sollevano interrogativi. In un’epoca in cui si predica l’austerità, come si giustificano queste spese militari? E soprattutto, come si comparano con altre voci di bilancio cruciali per il benessere dei cittadini?
Prendiamo la sanità. Nel 2021, l’Italia ha speso circa 123 miliardi di euro (su 2500 miliardi di volume economico generale secondo in Europa, dati della Banca Mondiale) per il suo sistema sanitario nazionale. I 2,2 miliardi destinati agli aiuti militari all’Ucraina rappresentano quindi circa l’1,8% della spesa sanitaria annuale. Una cifra che potrebbe sembrare modesta, ma che in tempi di tagli e ristrettezze assume un peso diverso.
Queste scelte di bilancio ci riportano alle lucide critiche di Giuseppe Guarino, economista e giurista italiano scomparso nel 2020. Guarino aveva denunciato l’incompletezza del progetto Euro e l’incapacità della UE di esprimere una vera politica comune equilibrata. Definiva l’Euro una “moneta falsa”, priva di una vera banca centrale e di uno stato con una seria politica economica unica.
La sua critica al fiscal compact era tagliente: lo considerava illegittimo, in quanto violava la sovranità nazionale, e inefficace, poiché impediva agli Stati di usare la politica fiscale per sostenere la crescita economica e l’occupazione. Oggi, di fronte a queste cifre sugli aiuti militari, ci chiediamo: cosa direbbe Guarino?
La visione di Guarino di un’Europa basata su un patto di solidarietà tra i paesi membri, con una politica economica, sociale, estera e di difesa comune, sembra oggi più che mai un’utopia irraggiungibile. Invece, ci troviamo di fronte a un’Europa che fatica a trovare una linea comune persino su questioni cruciali come il sostegno all’Ucraina.
L’Ungheria di Orban flirta con Putin e Xi Jinping, noi non sappiamo nemmeno se parteciperemo alla riunione a Budapest. “Vedremo”, dice Gentiloni. Vedremo cosa? Il lento sgretolarsi di questo progetto europeo?
Eccola qui, l’Europa dei nostri giorni. Un colosso incerto, che barcolla tra austerità e spese militari, tra ideali traditi e meschinità nazionali. E noi, popoli d’Europa, restiamo a guardare, in attesa d’ una svolta che tarda ad arrivare.
Forse è tempo di rileggere Guarino, di ascoltare quelle voci che, con coraggio, hanno osato mettere in discussione il dogma dell’Euro e dell’austerità. Perché se continuiamo così, tra mezze misure e compromessi al ribasso, non ci resterà che il ricordo di ciò che l’Europa avrebbe potuto essere. Un’Europa dove la spesa per la salute e il benessere dei cittadini non viene messa in secondo piano rispetto agli impegni militari. Un’Europa, insomma, più vicina alla visione di Guarino che a quella dei burocrati di Bruxelles.



