Omicidio Sharon. Partiamo dal “mondo al contrario”. L’avvocato del reo-confesso Moussa Sangare, come da prassi strategica, gli ha fatto dire che è già pentito. I giornaloni, quelli del pensiero unico (Corriere, Stampa, Repubblica) enfatizzano la sua biografia epica di rapper che sognava X-Factor e che è rimasto deluso dall’Italia (tradotto: è sempre colpa nostra).
Addirittura qualche testata ha pubblicato i testi delle sue sconosciute canzoni, quasi a dimostrare che l’assassino fosse un artista valido in fieri, ma frustrato e deluso dalla realtà.
La sinistra politica, intellettuale e giornalistica sta insistendo sul medesimo concetto, come se si fossero preparati con lo stesso spin doctor: non è un italiano di origini nordafricane, come ha detto “lo xenofobo” Salvini, ma un italiano, punto.
E gli immancabili esperti, sociologi, psicoanalisti (di sinistra) hanno reiterato i soliti schemi ideologici “inclusivi”: “Quelli come lui sono disposti a gesti orribili pur di uscire dall’anonimato”; “in questi giovani, lo scarto tra sogno e realtà rende fragili”.
Rientriamo nel “mondo reale” e decodifichiamo le suddette follie che rappresentano il termometro grottesco della nostra decadenza, l’espressione di un suicidio collettivo ormai in atto, che fa il paio con la fine annunciata dell’identità italiana.
Andiamo con ordine: caro avvocato, ma quale pentimento, ma quale raptus. La solita bugia para-giuridica per deresponsabilizzare un omicidio a sangue freddo, senza motivo e senza ragione.
In effetti, di raptus Moussa Sangare, già noto per violenza pubblica e privata (in famiglia), ne ha avuti tanti: quando ha ucciso la povera Sharon, passata lì per caso sbattendo fisicamente nel suo percorso nichilista, distruttivo e premeditato (aveva in tasca 4 coltelli); quando ha dimenticato tutto; quando messo alle strette dagli inquirenti ha negato tutto, quando riconosciuto e denunciato da suoi conoscenti ha ammesso il brutale omicidio e quando ha detto che si è pentito.
Quanti raptus in poche ore.
E ancora: cari giornaloni, non è una novità che il rap e il trap non fanno fotografie sociali, ma incitano e normalizzano comportamenti illegali (droga, soldi, ricchezza a qualsiasi costo, donne come puttane, elogio della criminalità etc). Il fatto che il diretto interessato fosse un sedicente artista frustrato, non giustifica l’odio che ha riversato sul primo malcapitato che ha incontrato.
Cari esperti della mente, smettiamola con l’umanitarismo e il perdonismo sociologico.
Ogni persona può restare delusa da aspettative culturali e sociali personali, ma non per questo uccide barbaramente la prima persona che ha la sfortuna di avvicinarlo.
Dalla vostra “inclusione” mentale a 360 gradi nasce il cosiddetto “diritto diseguale” che parte della magistratura ha recepito nel passato con sentenze ad hoc: delitti consumati in zone depresse che non vengono puniti come i delitti perpetrati in zone abbienti e reati commessi da immigrati puniti diversamente, nel nome del “disagio sociale”, rispetto agli equivalenti reati fatti da italiani (marxismo giuridico, “è l’ambiente che determina la coscienza”),
Infine, cara sinistra, diciamo una parola di verità: se Moussa Sangare fosse stato un bianco, un italiano da sette generazioni, avreste e avremmo parlato di pazzo e assassino e basta. Nel suo caso, oltre alla pazzia, all’omicidio inspiegabile e alla droga che ne ha alterato forse i comportamenti (altra prova che confuta chi vorrebbe legalizzarla), c’è il dato che evidenzia oggettivamente il fallimento dell’integrazione in salsa sinistra.
Tutti, dal Pd ai grillini, infatti, a dire che è solo un italiano. Non è vero. Ha ragione Salvini. E’ il cosiddetto “nuovo italiano” che incarna il futuro, laddove il “vecchio italiano” è quello che difende e afferma, ad esempio, il generale Vannacci.
Quando serve a idolatrare la Egonu e i suoi successi sportivi, la narrazione irrompe ovunque e gioca facile. Adesso invece, la si edulcora e si parla unicamente di italiano che sbaglia.
Troppo comodo. Moussa è il simbolo di un dramma e di un flop palese. L’integrazione, così come teorizzata da sinistra, non può seguire solo i canali legali (o sei un bravo cittadino e sei un delinquente). C’è il fondamentale tema dell’integrazione culturale. Ed è ovvio che la sinistra scappi: dovrebbe ammettere che ci sono identità compatibili e identità incompatibili con la nostra tradizione culturale, sociale, storica e religiosa.
Meglio azzerare quindi, ideologicamente ogni identità per rendere tutti apolidi (locali e nuovi arrivati), tutti precari, senza identità sociale e lavorativa; e tutti liquidi, senza identità biologica (la religione Lgbtq).
Così tutti, indistintamente, saremo schiavi dell’economia e della logica del consumo.
Insomma, la “sindrome dello struzzo”. E poi, non lamentiamoci se le nostre periferie e stazioni centrali sono ostaggio di bande di immigrati che uccidono, aggrediscono, spacciano, violentano. E che al posto di un’integrazione pacifica, preferiscano vivere e crescere dentro enclave incomunicanti e autogestite.
Non è un sogno deluso (l’Eden occidentale), quello dei tanti Moussa, ma una tragica e squallida realtà. Alla quale si deve rispondere con ben altre politiche.
Sharon. Un’altra follia nel segno di un’integrazione sinistra sbagliata e pericolosa



