Alle Olimpiadi dei conti l’Italia mette alla prova il suo campione Giorgetti

mercoledì, 4 Settembre 2024
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Tenere in piedi un bilancio pubblico con una coperta troppo corta, cercando di non far cadere il governo e non scontentare Bruxelles. È questa la mission impossible alla quale è chiamato l’equilibrista Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’Economia che con i suoi superpoteri riesce a mantenere la fiducia del movimentista capo di partito Matteo Renzi, della sempre più istituzionale premier e dei nostri creditori stranieri.

Certo quando ha accettato l’incarico “quello bravo” della Lega sapeva di andare incontro a sfide da far tremare i polsi, ma ultimamente tra stagnazione del PIL, crescenti pressioni politiche interne e le aspettative dei partner europei il suo compito ormai diventa una cosa da supereroi più che da equilibristi.

L’inizio dell’ormai classica (una vera e propria tradizione autunnale) “caccia al tesoretto” è il perfetto emblema delle difficoltà che attendono il ministro. La Meloni ha assicurato che “la stagione dei soldi gettati dalla finestra è finita”, e mentre i dati Istat sul PIL peggiorano, il governo deve fare i conti con un’economia che non accenna a crescere come previsto. L’asticella si è abbassata dallo 0,7% di luglio allo 0,6%, molto lontano dall’1% sbandierato nel DEF. Insomma, se Giorgetti si era illuso di poter fare qualche concessione elettorale qua e là, dovrà presto ridimensionare le sue aspettative.

Tra le questioni da affrontare spicca il sempre più delicato tema delle pensioni. Il ministro dovrà trovare un modo per finanziare il sistema pensionistico e fare contente Lega (che insiste con Quota 41) e Forza Italia (che vuole alzare la pensione minima a mille euro) senza mandare i conti pubblici a picco.

Passato lo scoglio pensioni ci sarebbe poi da affrontare il tema delle privatizzazioni, delicatissimo perché le vendite del patrimonio pubblico sono sempre state osteggiate da FdI (quando era all’opposizione). Giorgetti deve fare i conti con un piano di dismissioni che sembra non entusiasmare né il mercato né la maggioranza di governo. Se in primavera si parlava di un obiettivo di privatizzazioni pari all’1% del PIL, ora il target è sceso allo 0,7%, che tradotto in numeri fa 14 miliardi contro i 20 inizialmente previsti. Un passo indietro, certo, ma pur sempre ambizioso in un contesto in cui anche vendere una piccola parte di Poste Italiane sembra un’impresa epica.

E proprio Poste Italiane rappresenta un altro nodo cruciale: la vendita di ulteriori quote è fortemente contestata dai sindacati, e il governo sembra incapace di prendere una decisione netta. Si è passati dal voler scendere al 35% al non voler scendere sotto il 51%, con il risultato di lasciare la situazione in un limbo che non accontenta nessuno.

Per aggiungere al quadro già complicato, c’è anche la questione della riforma fiscale. Tagliare l’aliquota Irpef del 35% estendendola fino a 60 mila euro richiede quattro miliardi di euro che al momento non si sa da dove arriveranno. Forse si spera che le partite IVA corrano in massa a sottoscrivere il concordato preventivo, ma anche qui le previsioni sono fosche: l’adesione non è quella sperata e il governo potrebbe dover rivedere al ribasso le stime di entrate.

Ma non c’è tempo da perdere, i soldi vanno trovati. I margini di manovra sono stretti, e l’Europa ha già chiarito che eventuali sforamenti delle spese correnti non saranno tollerati oltre l’1,7%. E qui non parliamo di una Commissione Europea particolarmente generosa come ai tempi del Covid, ma di un organismo che aspetta il nostro piano strutturale di bilancio con il fucile puntato.

Quello che attende Giorgetti nei prossimi mesi è una vera corsa a ostacoli, in cui ogni passo falso potrebbe portare non tanto il governo ma proprio l’Italia a gambe all’aria. Forse, però, il ministro può consolarsi con l’idea che, se riuscirà a uscirne indenne, sarà ricordato come uno dei più grandi ministri della politica italiana. E sappiamo che tra i tanti pregi del ministro non mancano l’ambizione e l’autostima.

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