Più tasse per (quasi) tutti. È questo l’estremo riassunto delle dichiarazioni bomba che Giancarlo Giorgetti ha sganciato ieri durante un’intervista a Bloomberg. Facendo esplodere un bel boato di polemiche all’interno della maggioranza, nella quale nessuno sembrava sapere cosa il ministro dell’Economia stava preparando. E costringendo lo stesso Mef a smentire di fatto il suo ministro, tramite dichiarazioni fornite all’Ansa secondo le quali “non è allo studio nessuna nuova tassazione per gli individui mentre le aziende più piccole sono già interessate al Concordato biennale preventivo”.
Giorgetti aveva infatti dichiarato che le aziende che hanno ottenuto profitti straordinari in settori come banche e difesa, “grazie a circostanze eccezionali”, dovranno contribuire maggiormente alla manovra di bilancio. Il ministro è noto per essere uno dei membri più prudenti dell’esecutivo, quindi le sue dichiarazioni sono state prese molto sul serio. E infatti Piazza Affari è immediatamente precipitata, perdendo l’1,5%. Tuttavia, è stata la reazione politica a rivelarsi ancora più sorprendente.
Nel cuore del governo, il ministro dell’Economia sembra isolato. Giorgia Meloni, secondo quanto riportato da fonti interne, non sarebbe stata informata preventivamente dell’intervista e, quando i mercati hanno reagito male alle parole di Giorgetti, il suo stupore è diventato irritazione. La premier infatti stava cercando di evitare uno scontro frontale con il sistema bancario, mentre si discuteva di una possibile tassa sugli extraprofitti, già accolta con grande riserva dagli operatori del settore.
Un dissenso che la Meloni non ha fatto emergere ufficialmente, mentre Matteo Salvini, che come leader della Lega è il capo politico di Giorgetti, si è smarcato con decisione: “Nessun aumento di tasse o di accise, come qualcuno paventava”, ha detto parlando al Tg4. Salvini ha insistito sul fatto che il governo non intende gravare ulteriormente sulle tasche degli italiani e ha definito l’intervento di Giorgetti come una forzatura non rappresentativa della linea ufficiale del governo.
Anche Forza Italia ha fatto sentire il proprio disappunto. Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, ha espresso preoccupazione per un aumento della pressione fiscale, ricordando che la linea del suo partito è sempre stata quella di una riduzione delle tasse, non un aumento.
Ma Giorgetti, nonostante l’assalto mediatico e politico, pare convinto della sua posizione. Per lui, tassare i profitti straordinari delle grandi aziende non è una questione ideologica, ma un dovere per riequilibrare i conti pubblici. Citando l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “tutti sono tenuti a contribuire in ragione della propria capacità”, ha cercato di giustificare una manovra che inevitabilmente coinvolgerà alcuni dei settori più potenti dell’economia italiana.
Le opposizioni, dal canto loro, non hanno perso tempo a cavalcare la polemica. Il Partito Democratico ha subito definito la manovra col classico “lacrime e sangue”, accusando il governo di voler scaricare i costi della crisi sui lavoratori e sulle piccole imprese. Anche il Movimento 5 Stelle ha criticato duramente la proposta, parlando di un esecutivo che si inchina ai grandi poteri economici mentre impone sacrifici ai cittadini comuni.
Se le parole delle opposizioni erano tutto sommato attendibili (e pure banalotte), il segnale più preoccupante è il mancato allineamento tra Giorgetti e Meloni, di solito capaci di dimostrare un accordo assoluto su ogni decisione di politica economica.
Se fino a oggi il ministro dell’Economia era considerato una figura di equilibrio tra le diverse anime della coalizione, ora sembra aver compiuto un passo troppo audace, che rischia di mettere in crisi la stessa tenuta dell’esecutivo. Alla fine della giornata, Giorgetti ha cercato di correggere il tiro, specificando che le sue parole erano state male interpretate e che “non è allo studio nessuna nuova tassazione per gli individui”, ma solo per le grandi imprese che hanno tratto benefici dal contesto economico globale. Un chiarimento che però non sembra aver calmato le acque né a livello politico né tra gli operatori economici. La sensazione che resta è quella di un governo diviso, alle prese con una manovra che si annuncia più complicata del previsto, e con un ministro dell’Economia che ha osato troppo, troppo in fretta.



