No caro Massimo Gramellini, sbagli. Ho sempre apprezzato la tua mirabile capacità di scandagliare le relazioni uomo-donna, i sentimenti, i rapporti, le dinamiche famigliari, la solitudine (il male del nostro tempo), l’amicizia, l’incomunicabilità (il vulnus del nostro tempo), ma questa volta non condivido la reprimenda dotta nei confronti di Marco Rizzo (un “Caffè” molto corretto anzi, troppo politicamente corretto).
Lo schema (abbastanza ideologico) che applichi è questo: se il leader “sovranista-popolare” ha detto “gnocca”, ottenendo, tra l’altro, un grande successo sulla rete, per te appartiene di fatto al “rigurgito dell’antica cultura patriarcale delle donne oggetto”. Quindi, il termine non va più usato. Va bandito. Ma se le donne dicono “gnocco” a un uomo, cos’è? Un rigurgito dell’antica cultura matriarcale? Non ci siamo.
Quando si fanno queste polemiche, divertenti, non si va mai in profondità. Mi riferisco al politicamente corretto, che disinfetta, sterilizza tutto, passioni, emozioni, intuizioni, istinto, obbligando le persone a una gabbia meccanica, castrante verniciata però, di buonismo, inclusione, tolleranza, educazione.
Una postura mentale incapacitante e inibitoria di massa che, proprio lei, spinge i compressi, gli inquieti, i ribelli del web e non solo, a reagire, dando sfogo spesso alle peggiori pulsioni.
Mentre sul piano politico-culturale generale, induce intellettuali, giornalisti, studiosi, politici a esprimersi col famoso stile “cattivista”: Feltri, Sgarbi, Cruciani (solo per citarne qualcuno), eredi di quella tradizione di scorretti e anticonformisti, come Guareschi, Longanesi, Flaiano, Montanelli, Gervaso etc
Noi in realtà, uomini, donne e “altro” (ecco il politicamente corretto), siamo fatti di cuore, cervello e chimica: ne consegue, per regola naturale, una comunicazione verbale e fisica coerente con i nostri stati d’animo. Che sono vitali, ossimorici, altalenanti, umorali; passionali e razionali insieme. Un conto è l’educazione, un conto l’umanità.
La follia del politicamente corretto ci ha portati a dire parole quasi comiche, se non grottesche, come il “diversamente”, applicato a ogni categoria umana. Arriveremo al punto di definire Satana “diversamente buono”. Per non parlare dell’operatore ecologico (lo spazzino), la collaboratrice domestica (sappiamo a chi ci si riferisce), l’addetta alla manutenzione erotica (la prostituta), e via dicendo.
Arriveremo al punto che quando un ragazzo, giocando al calcio, sbaglia un rigore, non si dirà più “pippa” (perché volgare, discriminatorio, vessatorio), ma sarà ringraziato dai suoi compagni di squadra per aver contribuito a farli crescere nell’accoglienza e nel rispetto delle fragilità.
La verità è che siamo tutti un po’ Nietzsche, un po’ Fantozzi, un po’ gnocchi e un po’ pippe (modello Gep Gambardella, alias Toni Servillo ne “La Grande Bellezza”).
Ma tornando a te Massimo, più che demonizzare la “taverna social”, perché non ti poni il tema dell’anacronismo di un certo mondo, quello della carta stampata, che rischia di chiudersi in uno sterile snobismo da casta perdente? Sai perfettamente che i giornali cartacei sono letti ogni giorno da appena 1,2milioni di italiani; ergo non fanno più opinione: forse è questo il vero problema.
Ben inteso, nessuno difende le offese, i leoni da tastiera, la realtà parallela che sta sconvolgendo i paradigmi culturali della nostra esistenza, creando mostri che la cronaca ricorda per ciò che di efferato compiono (omicidi, seppellimenti di neonati, uccisioni per vedere cosa si prova, ricerche su quando puzzano i cadaveri, come si fa ad abortire in casa, appuntamenti sessuali in chat, linguaggio bipolare etc).
Ma tornando alle gnocche (altra domanda): perché gli esponenti della cultura radical e liberal, come te, non fanno un bel mea culpa sugli effetti della società libertaria, post-sessantottina, coniugata e unita al consumismo, dove tutto, persone e cose, è merce che si consuma in un nanosecondo e dove ogni desiderio deve diventare un diritto?
E dove, ad esempio, siamo passati dall’ “utero etico”, le battaglie femministe per l’emancipazione, all’“utero commerciale”, le esibizioni fisiche a pagamento delle tante, troppe giovani influencer.
Anche loro sono gnocche, “gnocche in rete”. Che non c’entrano nulla col patriarcato. Ma con i soldi e il mito di “pensarsi libere” (modello Sanremo).
Gramellini, sto con Rizzo e con le gnocche. Il tuo è un “Caffè” (politicamente) corretto. Ecco perché



