Manovra: col contributo delle banche Giorgetti mette tutti d’accordo

mercoledì, 16 Ottobre 2024
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3 miliardi e mezzo in due anni. Alla fine il contributo delle banche, tanto osteggiato all’interno di parti della stessa maggioranza, è arrivato. La manovra economica del governo prevede un contributo significativo dal settore bancario, una misura che ha sollevato diverse discussioni ma che, a ben vedere, risponde a esigenze di equità e sostenibilità. L’accordo tecnico tra il governo e le banche si sta consolidando, con l’obiettivo dichiarato di far fronte alle sfide economiche senza gravare ulteriormente sui cittadini. L’impegno richiesto alle banche è giustificato secondo il governo non solo dal loro ruolo centrale nell’economia, ma anche dai loro solidi risultati economici, abbastanza buoni da poter chiedere un contributo extra.

Va sottolineato però che non parliamo di una nuova imposta diretta sui profitti, ma semplicemente di una temporanea sospensione dei crediti d’imposta. Questa misura permetterà alle banche di diluire nel tempo le deduzioni fiscali legate a fusioni e svalutazioni, senza un impatto immediato sui loro bilanci e quindi senza indebolirle a fronte di possibili sofferenze future (sempre in agguato, con i tempi che corrono).

In altre parole, le banche non subiranno un prelievo fiscale aggiuntivo, ma contribuiranno temporaneamente con la sospensione di benefici fiscali futuri. Questo approccio, piuttosto che penalizzare il settore finanziario, rappresenta una soluzione equilibrata che consente allo Stato di reperire le risorse necessarie senza mettere a rischio la stabilità degli istituti finanziari. Consentendo quindi al segretario di Forza Italia Antonio Tajani, da sempre la forza della maggioranza più vicina al mondo bancario, di dire ai giornalisti con una certa soddisfazione che “Quello che è importante e positivo è che è stato trovato l’accordo con le banche. Se c’è un accordo, è un segnale positivo per i mercati e il Paese. Se, invece, c’è una tassa imposta all’improvviso, è un segnale negativo che spaventa i mercati”.

L’aspetto interessante dell’accordo è la sua struttura progressiva e diluita nel tempo. Le banche non saranno obbligate a versare ingenti somme immediatamente, ma potranno recuperare i crediti d’imposta sospesi nel triennio successivo, tra il 2027 e il 2029. In questo modo, l’impatto sulle loro finanze sarà gestibile, senza mettere a rischio la loro capacità di finanziare l’economia reale, un punto cruciale sottolineato anche dai vertici delle banche stesse.

Le critiche a questa misura, provenienti soprattutto dall’opposizione, sembrano più che mai deboli e strumentali. Del resto persino la Commissione Europea ha più volte indicato la necessità di politiche fiscali che favoriscano una maggiore redistribuzione e sostenibilità finanziaria.

Va inoltre evidenziato che, a differenza di quanto accaduto in passato, questa misura non rappresenta una tassa sugli extraprofitti, una soluzione più invasiva tentata senza successo dal governo Meloni lo scorso anno. Il contributo richiesto è, piuttosto, un anticipo di cassa su somme che le banche avrebbero comunque versato in futuro. Questo aspetto rende l’accordo più accettabile per le banche e consente allo Stato di ottenere risorse immediate senza mettere a repentaglio il dialogo con un settore cruciale per il benessere economico del Paese.

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