Conte licenzia Grillo. Il buffo caso del moralizzatore a contratto

giovedì, 24 Ottobre 2024
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Volano gli stracci dentro il Movimento 5 Stelle e sono stracci da 300mila euro. Tale è la somma che il partito di Giuseppe Conte versa ogni anno al garante  del M5S come compenso del contratto di consulenza stipulato a suo tempo. Ora però il leader pentastellato ha detto basta e ha annunciato che non rinnoverà l’accordo con il cofondatore del Movimento.

Era da un bel po’ di tempo che i due non andavano più d’accordo. Sempre più frequenti erano le battute velenose che Grillo lanciava all’indirizzo di Conte. Alla fine, l’ex premier ha perso la pazienza e ha deciso di mettere alla porta l’ingombrante  “guru” della formazione da lui guidata. Per rendere pubblica questa drastica decisone Conte ha scelto la via dell’intervista a Bruno Vespa. La notizia della rottura tra presidente e garante compare infatti nelle anticipazioni del nuovo libro del conduttore di “Porta a Porta” che uscirà nei prossimi giorni. Per la cronaca, il volume ha un titolo chilometrico: “Hitler e Mussolini. L’idillio fatale che sconvolse il mondo (e il ruolo centrale dell’Italia nella nuova Europa)”.

Il leader del M5S accusa il comico genovese di «sabotaggio» e gli imputa di essere «responsabile di una contro-comunicazione che fa venire meno le ragioni di una collaborazione contrattuale». Il consulente “licenziato” per ora fa l’indiano: dal suo staff fanno sapere che il contratto è ancora in vigore. Nessuna comunicazione ufficiale sarebbe al momento arrivata da Conte. È evidente che Grillo sta prendendo tempo e che  ha probabilmente in serbo una risposta, come nel suo stile, al vetriolo.

L’”affaire” promette sviluppi eclatanti e divertenti. Però, se guardiamo con calma la vicenda, c’è da rimanere un po’ sgomenti. E sì perché il moralizzatore dalla voce tonante, il guru neo-giacobino che poco più di dieci anni fa fece irruzione in una declinante politica italiana promettendo che avrebbe «aperto il Parlamento come una scatola di sardine», il cantore dell’Onestà a 360 gradi, ha fatto proprio un ben misera fine, rivelandosi un italiota qualunque attaccato al “vile denaro”. Comunque la vogliamo vedere e rigirare, rimane una storia misera, dal momento che un signore che prende i soldi in virtù delle sue qualità di  “moralizzatore”  merita di entrare nella storia del teatro grottesco,  come il “Tartufo” di Molière e i suoi affini.

Ce la potremmo cavare dicendo che in questo modo Beppe Grillo non fa che seguire  la sua vocazione di comico da palcoscenico. In realtà il suo caso non è poi tanto insolito, essendo piena la storia politica di avventurieri che brandiscono l’etica come una clava e che alla fine si rivelano mossi da ben più prosaiche motivazioni di potere o interesse personale.

Bisognerebbe sempre guardarsi dai moralisti a tutto tondo. Il problema è che gli italiani ci ricascano sempre, come nel decennio scorso, quando si fecero ipnotizzare da un comico in cerca di consenso politico (Grillo appunto) e da un imprenditore del web che si atteggiava a genio della nuova comunicazione politica (Gianroberto Casaleggio). Ora siamo all’atto finale della farsa. Ma non c’è molto da ridere.

Anche perché si è rivelata una farsa assai costosa. Pensiamo solo a come i pentastellati hanno devastato il già dissestato bilancio pubblico italiano. Pensiamo solo al reddito di cittadinanza a beneficio dei furbi o al superbonus edilizio a beneficio di una minoranza di proprietari di case.

Consapevole dei risvolti miseri della “consulenza” a Grillo, Conte cerca di salvare la faccia negando il grottesco connubio tra moralità e venalità.  «Grillo – dice il leader M5S nel libro di Vespa- ha rivendicato il compenso come garante anche nelle ultime lettere che mi ha scritto. Io non ho mai accettato che fosse pagato per questa funzione, che ha un intrinseco valore morale e non è compatibile con alcuna retribuzione».

È una foglia di fico che non regge. I 300mila euro all’anno a vantaggio di Grillo sono in realtà fondi pubblici, dal momento che i Cinque Stelle, come tutte le formazioni politiche, devono il grosso dei loro finanziamenti ai contribuenti italiani. Ce lo potevano dire prima che anche  l’ “onestà assoluta” del loro cofondatore funzionava a gettone.

 

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