Donald Trump ce l’ha fatta. Gli Stati in bilico della vigilia sono risultati decisivi e ne hanno decretato la vittoria. È stato un successo rotondo. Non c’è stato quel testa a testa con Kamala Harris che tutti prevedevano fino a ieri. E, fatto non meno significativo, il voto del 5 novembre ha consegnato ai repubblicani la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. Quindi il neopresidente degli Usa avrà la vita più facile nello svolgimento di questo suo secondo mandato. Queste almeno sono le previsioni.
«Abbiamo fatto la storia», ha gridato trionfante Trump a West Palm Beach, dove ha tenuto il discorso della vittoria senza attendere lo spoglio delle ultime schede elettorali. Donald è salito sul palco con tutta la sua famiglia a sottolineare, nel tripudio dei suoi sostenitori, la straordinaria importanza di questo momento. «Molte persone -ha detto con enfasi durante il suo discorso- mi hanno detto che Dio mi salvato la vita per un motivo. E quel motivo è salvare il nostro paese e ripristinare la grandezza dell’America. E ora porteremo a termine quella missione insieme».
La soddisfazione (e, se vogliamo, anche un po’ di autoglorificazione) sono più che giustificate in questo giorno. Nessuno, dopo il disastro del 6 gennaio 2021 (con l’assalto dei supporter trumpiani più arrabbiati al Congresso Usa) , avrebbe scommesso un centesimo sul futuro politico del presidente che era stato allora sconfitto da Joe Biden. E invece il tycoon, neanche in quel momento drammatico, si diede per vinto e iniziò una rimonta di quattro anni che ha dello strabiliante.
Da oggi tutto il mondo del politicamente corretto guarda attonito alla nuova America uscita dalle urne: il ritorno di “The Donald” è un terremoto psico-politico di portata epocale e va ben al di là dei confini degli Usa. Cadono tutti i paradigmi del neo-progressismo egemone nella cultura d’Occidente. E un altro mondo (fondato sulla riscoperta dei valori dell’identità e della sovranità dei popoli) pare destinato a prendere forma nel prossimo futuro. «Questo – ha detto stamattina il neopresidente – verrà ricordato come il giorno in cui il popolo americano ha riconquistato il controllo del proprio Paese».
Questo messaggio è stato raccolto subito in Italia da Giorgia Meloni, uno dei primi capi di governo a congratularsi con il candidato repubblicano vittorioso: «A nome mio e del Governo italiano, le più sincere congratulazioni al Presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump. Italia e Stati Uniti sono Nazioni “sorelle”, legate da un’alleanza incrollabile, valori comuni e una storica amicizia. È un legame strategico, che sono certa ora rafforzeremo ancora di più. Buon lavoro Presidente».
A questo punto ci dobbiamo chiedere: perché Trump ce l’ha fatta? Qual è il segreto di questo suo nuovo, incredibile successo? Diciamo innanzi tutto che la battaglia con la Harris è stata dura, conoscendo momenti di asprezza e di scarso fair play (nessun accenno alla sua rivale è venuto non a caso da Donald sul palco di Palm Beach). Ma diciamo anche che Trump ha condotto una campagna travolgente perché spinto dal suo carisma e perché appoggiato da una massa di supporter motivati fino al fanatismo. Né va dimenticato lo sfacciato sostegno del vulcanico e istrionico Elon Musk. All’uomo più ricco del mondo il neopresidente ha riservato grandi parole di elogio nel suo discorso: «Abbiamo una nuova star, è nata una stella: Elon. Ha fatto campagna elettorale per me, e mentre faceva campagna elettorale ha lanciato un razzo nello spazio e l’ha fatto tornare indietro. C’era questo razzo che bruciava, mentre tornava indietro, e io non riuscivo a crederci. Musk è una delle persone più importanti nel Paese»
Ma al di là di come ha condotto la campagna per le presidenziali, il vero segreto di Trump, ciò che ha fatto la differenza tra lui e la Harris, è qualcosa di molto semplice e, se vogliamo , di scontato: Donald è un leader, Kamala no. La candidata democratica è un personaggio, a suo modo, empatico, che comunica anche un senso di affidabilità. Però il suo problema è che non ha carisma. Non riesce a trasmettere forza. Né ha “studiato” da presidente. È stata gettata nella mischia all’ultimo momento, tra lo scetticismo degli stessi democratici.
Inoltre Trump ha dietro di sé un movimento rodato da otto anni, il Maga (Make America Great Again). Harris è invece emanazione dei rissosi clan del partito democratico che non sono riusciti a costruire per tempo una nuova leadership nei quattro anni della presidenza dell’anziano Biden.
Al candidato repubblicano bastò un gesto per elettrizzare il suo popolo: l’essersi sollevato con il pugno alzato dopo essere stato sfiorato dal proiettile del suo attentatore nel luglio scorso in Pennsylvania. Questi gesti, questo carisma, questa forza che promana dalla sua figura hanno permesso a Trump di creare una forte corrente di empatia con la classe media americana ossessionata dagli spettri dell’impoverimento prodotto dalla globalizzazione e dell’insicurezza causata dall’immigrazione. Soprattutto, il candidato repubblicano, è riuscito a rappresentare le ansie e le speranze dei “forgotten men”(la gente dimenticata), cioè gli operai del vecchio apparato industriale americano i quali, negli ultimi decenni, hanno visto il famoso “ascensore sociale” funzionare al contrario (non verso l’alto, ma verso il basso) per effetto delle delocalizzazioni e degli accordi commerciali di libero scambio (il Nafta).
A questo popolo in cerca di riscatto Trump ha promesso protezione (i dazi) e ha comunicato una visione: «Tornerà l’età dell’oro americana». Questo riferimento all’”età dell’oro” il neopresidente lo ha ribadito stamattina a West Palm Beach.
Non possiamo prevedere ora che età vivrà effettivamente l’America tra quattro anni, quando sarà scaduto questo secondo mandato di Trump. Ma è certo che le promesse e le visioni di Donald hanno spinto i suoi elettori alle urne. E ciò a differenza di quanto è accaduto al ceto medio liberal. Questa gente se n’è rimasta per buona parte a casa. Né Kamala né l’apparato democratico sono riusciti a motivarla offrendo speranze. Hanno solo puntato sulla paura per l’”uomo nero” in arrivo.
L’ “uomo nero” è arrivato, ma non pare poi così pauroso. Da oggi comincerà a lavorare alla nuova epoca “aurea” che ha promesso. Non sarà un’impresa facile e i suoi nemici lo attendono al varco. Oggi però è giusto festeggiare la vittoria. Domani è un altro giorno.



