M5S, requiem per un movimento. Ora è il partito di Conte

domenica, 24 Novembre 2024
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Il fondatore Beppe Grillo non s’è visto a Nova, la kermesse di rifondazione del M5S che si è conclusa domenica pomeriggio a Roma. Evidentemente ha capito che il Movimento non è più cosa sua. Ora è il partito di Giuseppe Conte. La creatura uscita dalla kermesse del Palazzo dei Congressi ha solo una vaga rassomiglianza con il suo antenato “grillino”. Ora i suoi sostenitori li dovremmo chiamare “contini” perché la formazione “rifondata” è fatta a immagine e somiglianza del leader.

Il M5S cambierà fisionomia e in prospettiva anche il nome. Lo ha deciso la maggioranza degli iscritti attraverso il voto on line. Questa comunità politica ha “ucciso il padre”. Non più ha bisogno del suo fondatore. Uno scrosciante applauso ha seguito l’annuncio che viene eliminato il ruolo del garante. Per Grillo sarà sicuramente un colpo al cuore. E, da lontano, fa mestamente sapere che il movimento non è più composto da «francescani» ma da «gesuiti».

Conte si gode il suo trionfo. «Non mi sarei aspettato di avere un garante che entrasse a gamba tesa. E questo ha creato un corto circuito», scandisce dal palco commentando l’esito del voto. Il confronto con Grillo – dice- non è mai stato un fatto «personale». Poi però gli tira una stilettata velenosa quando afferma di essersi sottratto a una «logica verticistica». «L’assemblea degli iscritti è sovrana». Vale la pena ricordare che Grillo si è detto contrario, in occasione di questa convention,  alla consultazione degli iscritti.

Tra le varie modifiche approvate dai militanti c’è lo stop al limite dei due mandati parlamentari. Con un semplice clic gli iscritti hanno mandato in soffitta le piazze rabbiose del 2013, quando sembrava che sul Palazzo e dintorni stessero per arrivare i “barbari”. «Apriremo il Parlamento come una scatola di sardine», prometteva/minacciava Grillo alla vigilia delle elezioni che avrebbero inaugurato la XVII legislatura, appunto nel 2013.

Oggi tutto ciò è un pallido ricordo. Il Palazzo, piano piano, anno dopo anno, elezione dopo elezione e, soprattutto, dopo i due governi in successione di Conte, dal 2018 al 2021, ha digerito, metabolizzato, fagocitato e soprattutto “normalizzato” la dissidenza pentastellata.

Conte però, furbescamente, tende sempre a salvare la facciata “movimentista” di quello che, di fatto, si avvia a diventare un partito perfettamente omologato al sistema. «Noi siamo testardamente orientati a cambiare la società», afferma solenne. Il suo discorso finale inoltre è tutta una bordata contro il governo. «Noi ci collochiamo a fianco di chi aspetta 400 giorni per un esame medico». Annuncia che il suo partito è a fianco delle donne, degli alluvionati, dei pendolari, degli onesti che pagano le tasse. La riforma del premierato la definisce «scriteriata».

La parte più delicata, quella della collocazione del M5S, il presidente la supera con disinvoltura. «Siamo progressisti? Dai quesiti direi che siamo progressisti. Non ci appartiene la cultura reazionaria». Conte sdogana anche la parola “alleanza”. «Siamo disponibili a sporcarci le mani». Però non nomina mai Elly Schlein e gli altri esponenti del centrosinistra. «Siamo progressisti indipendenti», scandisce invece. Che cosa effettivamente voglia dire, lo scopriremo solo vivendo.

Il M5S rimane solipsista e autoreferenziale. Ma alla fine si arrende al sistema.

 

 

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