Pd e M5S pensano a un’alleanza “light”. La contromossa di FdI

lunedì, 3 Febbraio 2025
3 minuti di lettura

Mentre la maggioranza è impegnata nel duello con i giudici, l’opposizione continua a provarle tutte per tentare di diventare (un giorno) maggioranza. L’ultima trovata sembra l’uovo di Colombo: visto che Giuseppe Conte non vuol saperne di sottoscrivere un programma comune con il Pd, è inutile starsi a scervellare su come arrivare al “campo largo”. Il centrosinistra si potrebbe presentare diviso alle elezioni e poi, a urne chiuse e dopo essersi contato, siglare un accordo di governo.

Semplice no? L’idea non poteva che venire a quella vecchia volpe democristiana di Dario Franceschini. E tutti l’hanno subito ribattezzata alleanza “light” perché non è in fondo impegnativa ed evita il rischio di arrivare con il fiatone alle elezioni. L’unica difficoltà è quella di mettersi d’accordo nei collegi uninominali, che sono un terzo del totale e sono quelli che alla fine fanno la differenza per formare una maggioranza parlamentare. Ma a questa difficoltà si può ovviare attraverso patti di desistenza, che sono accordi politici di basso profilo, “light” appunto.

Questa soluzione evita innanzi tutto pericolose acrobazie nei punti in cui la distanza politica è più ampia, come ad esempio la guerra in Ucraina, tema sul quale Pd e M5S non sono affatto d’accordo. Ma permette soprattutto di aggirare la questione più spinosa: l’indicazione del candidato premier. È noto che in questo campo sia Elly Schlein sia Conte si farebbero tagliare una mano prima di fare un passo indietro. Il ragionamento allora è questo: a elezioni avvenute e con l’eventuale vittoria in tasca, sarebbe assai più facile trovare un accordo. Il vecchio Romano Prodi, spinto anche dal risveglio della galassia dei cattodem, aveva provato a convincere Elly che forse era il caso di accettare l’ipotesi di un “federatore” (nelle settimane scorse s’era bisbigliato il nome di Paolo Gentiloni). Ma il vecchio Professore s’è visto rispondere picche dalla giovane leder del Pd.

Allora s’è fatto sotto l’astuto Franceschini. E la prima risposta, venuta da quell’osso duro di Conte è parsa incoraggiante. «È una proposta che guardo con attenzione – ha detto il leader del M5S – perché è un tentativo di rendere compatibili le differenze».

La Schlein, da parte sua, non si è ancora pronunciata. Però, in mancanza di meglio, non si vede come il Pd potrebbe realmente sperare di tornare al governo. Ed è probabile che la leader dem ci rifletta su nei prossimi giorni.

Come tutte le soluzioni di basso profilo, il “lodo Franceschini” non è però privo di controindicazioni. Innanzi tutto il fatto che un’alleanza “light”, se dovesse effettivamente risultare vincente, potrebbe essere la premessa di un governo litigioso, diviso e quindi sostanzialmente debole. Proprio l’esperienza dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ci dimostra che solo una premiership forte, autorevole e indiscussa, insieme a uno spirito di coesione sperimentato nel tempo e a un’idea comune di Italia, possono permettere a una compagine governativa di superare le conflittualità interne che sono fortissime per qualsiasi esecutivo in una fase storica difficile come l’attuale.

E poi, diciamola tutta, non sarebbe certo il massimo, per una coalizione-non-coalizione di centrosinistra, presentarsi con un basso profilo a un elettorato preoccupato dalle grandi sfide globali del futuro. Fatalmente, per settori decisivi del voto d’opinione potrebbe risultare più credibile la proposta del centrodestra a guida meloniana, una proposta sperimentata da cinque anni di governo e sorretta da un alto profilo internazionale. E tutto questo, peraltro, in un mondo che vira decisamente a destra.

Ciò nonostante, il centrodestra farebbe male a sottovalutare queste prove tecniche di alleanza a sinistra, che potrebbero rivelarsi insidiose.

E infatti non le sottovaluta, tanto che FdI starebbe già preparando la contromossa. Questa consisterebbe in una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza alla coalizione che risulti vincente. Un premio che però, allo scopo di non fare la fine del Porcellum bocciato dalla Consulta, scatterebbe solo al di sopra di una certa soglia: si parla del 40 per cento. Da tempo se ne discute come possibile piano B per arrivare agli stessi risultati del premierato senza le complessità del processo legislativo di revisione costituzionale e senza, soprattutto, il referendum confermativo, che è sempre un’incognita, come sa bene Matteo Renzi.

Proprio la possibilità di un insidioso accordo “light” tra le forze di opposizione starebbe accelerando l’adozione di questa soluzione da parte della maggioranza. Anche perché questa nuova legge elettorale prevederebbe l’indicazione sulla scheda di un candidato premier. A quel punto la rivalità tra Schlein e Conte tornerebbe al punto di partenza e il “lodo Franceschini” andrebbe a farsi benedire. Semplice no? Staremo comunque a vedere.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.