Fino a che punto uno Stato ha il dovere di spingersi a fare “cose sporchissime” per tutelare la sicurezza nazionale? Il caso al-Masri è una vicenda di tutta politica, erroneamente diventata giudiziaria, oppure il governo si è fatto effettivamente sfuggire di mano la situazione?
Era inevitabile che il rimpatrio del potente personaggio libico accusato dalla Corte penale internazionale di aver commesso crimini contro l’umanità, commessi almeno dal 2015 nel centro di detenzione di Mitiga, rimettesse in controluce l’esistenza di una serie di accordi stipulati con clan, tribù e milizie libiche in nome della realpolitik tesi a salvare l’apparenza sul piano del diritto internazionale.
Probabilmente l’errore fatale di Palazzo Chigi, che ha innescato una serie di dinamiche incontrollabili, e non aver subito apposto la ragione di Stato per coprire la controversa procedura di rimpatrio di al-Masri.
L’ex ministro dem Marco Minniti, per sedici mesi responsabile degli Esteri, conosce bene la Libia avendo stipulato con quel governo diversi accordi, in particolare con il generale Haftar. In un’intervista al Corriere della Sera dice subito come la pensa: «Libia strategica, giusto fare accordi. Sul caso al-Masri il governo doveva parlare di sicurezza nazionale. Il Giudice Lo Voi? Non è sempre automatico aprire inchieste»
E in una qualche maniera chiudendo la questione conoscendo dossier libici e ricordando le critiche del suo stesso partito per gli accordi che fece con guardiacoste e capitribù libici che evitò all’Italia un’ondata impetuosa di sbarchi. Sa bene che il caso al-Masri si porta dietro non solo cavilli giuridici ma anche delicate questioni “generali” e geopolitiche.
Per Minniti la Libia è strategia perché «era ed è una questione di interesse nazionale al suo livello più alto: la sicurezza nazionale, cioè l’incolumità anche fisica di ogni cittadino. Un pezzo grande di sicurezza nazionale si gioca fuori dai confini nazionali».
L’ex ministro degli Esteri ricorda che quel Paese legato a doppo filo con il nostro, è la base più avanzata dei trafficanti di esseri umani; è al centro di una partita energetica essenziale; solo qualche anno fa la capitale moderna della Libia, Sirte, era in mano allo Stato Islamico.
Ed ecco il punto cruciale: chi ha sbagliato nella vicenda di al-Masri? Minniti dice che avrebbe evocato sin dall’inizio la sicurezza nazionale. Poi spiega una vecchia vicenda dalla quale ha imparato una lezione. «Nel 1998 i tedeschi non ci chiesero l’estradizione di Öcalan, capo del Pkk curdo, benché abbiano emesso per lui un mandato di cattura per terrorismo: c’erano in Germania le comunità turca e curda più importanti d’Europa, un processo avrebbe devastato la tenuta sociale».
Infine, sull’iniziativa del procuratore Lo Voi si dice convinto che davanti a un esposto non sia automatica l’apertura di un’indagine, si valuta la congruità. La valutazione della Procura è legittima «tuttavia, essenziale è il momento. Se un esposto sottolinea la critica nell’azione del governo ed è prevista per il giorno dopo l’audizione dei ministri della Giustizia e dell’Interno, forse è doveroso aspettare le due audizioni, anche per valutare meglio la fondatezza dell’esposto. Ed evitare così un effetto molto negativo».



