I dazi tornano ciclicamente nei discorsi politici come strumento di difesa economica, ma funzionano davvero?
La realtà è più complessa di quanto le narrazioni protezionistiche vogliano far credere.
Prendiamo il caso dell’acciaio: l’Europa ha imposto dazi fino al 25% sulle importazioni dalla Cina per proteggere la produzione locale. In teoria, questo dovrebbe favorire le aziende europee, ma nella pratica i costi aumentano per i settori che utilizzano l’acciaio, come l’automotive e la meccanica industriale, con rincari che si scaricano sui consumatori. Lo stesso discorso vale per i pannelli solari: dopo anni di dominio europeo, la Cina ha abbassato i prezzi e messo in crisi i produttori locali. Bruxelles ha risposto con dazi, ma il risultato è stato un aumento dei costi per imprese e famiglie che vogliono investire nel fotovoltaico. Se i dazi europei spesso si rivelano inefficaci, quelli americani hanno avuto un impatto diretto e negativo sull’Italia. Il dazio del 25% sui prodotti agroalimentari italiani, imposto dagli Stati Uniti nel 2019 nel contesto della disputa Boeing-Airbus, ha penalizzato eccellenze come il Parmigiano Reggiano. Nel 2018, prima dei dazi, le esportazioni italiane di Parmigiano e Grana Padano negli USA ammontavano a 150 milioni di euro, ma il mercato è crollato di oltre il 20%, danneggiando produttori italiani e distributori americani.
Lo stesso vale per le moto Ducati e per alcune attrezzature meccaniche italiane, colpite da dazi ritorsivi che hanno ridotto la competitività del Made in Italy negli USA.
Se i dazi spesso si trasformano in una tassa occulta per i consumatori, quali alternative esistono?
Piuttosto che imporre barriere tariffarie, l’Europa potrebbe negoziare accordi di reciprocità commerciale, imponendo agli esportatori stranieri di rispettare gli stessi standard ambientali e lavorativi richiesti alle imprese europee.
Un’altra strada è incentivare la produzione interna, con agevolazioni fiscali e investimenti strategici, così da rendere competitive le industrie locali senza bisogno di protezioni artificiali. Infine, serve una strategia di diversificazione dell’export, riducendo la dipendenza da mercati a rischio di ritorsioni tariffarie, come gli USA, e puntando su aree in crescita come Asia e Medio Oriente.
I dazi sono una soluzione di breve periodo che spesso crea più danni che benefici. Per proteggere davvero le imprese europee serve un piano industriale e commerciale più lungimirante, capace di rafforzare la competitività senza chiudere il mercato.

