Nessun tentennamento. Nonostante gli auspici di molte cancellerie, Donald Trump ha precisato che non ci saranno molte eccezioni ai dazi annunciati a partire dal 2 aprile prossimo, Festa di Liberazione degli Stati Uniti.
Il presidente ne ha per tutti, in particolare per gli amici. «Siamo stati fregati per 45 anni da altri Paesi. Siamo sempre stati molli e deboli. Siamo stati fregati come Paese in modi che nessuno ha mai visto prima, ecco perché abbiamo un debito di 36mila miliardi di dollari». Ospite di Nemax Tv, ha poi aggiunto: «È ora di recuperare un po’ di quei soldi, forse molti di quei soldi. E questo doveva essere fatto. Non potevamo permettere che continuasse. E, sapete, si tratta di amici e nemici. Ma spesso gli amici, i cosiddetti amici, erano peggio dei nemici. Basti pensare all’Unione europea, a quello che ha fatto a questo Paese, al modo in cui l’ha messo in ginocchio. E alla Cina, che conoscete».
Tuttavia, resta uno spiraglio. Mentre mercati e investitori si preparano alla bufera del Liberation Day del 2 aprile, secondo alcune fonti degne di attenzione Trump starebbe ripensando la strategia di imposizione dei dazi. Le tariffe commerciali che dovrebbero colpire l’Unione Europea, insieme ad altri alleati e partner commerciali chiave, potrebbero però rivelarsi più limitate di quanto finora temuto. Sebbene l’imposizione di restrizioni commerciali rimanga certa, sembra che queste potrebbero essere più mirate rispetto all’approccio globale e aggressivo che Trump aveva annunciato. Insomma, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe valutare caso per caso, ma per gli odiati europei, «disgustosi e parassiti» secondo Vance, non si prevedono sconti.
È ormai chiaro che il tycoon pensa ai dazi come arma geopolitica: sconvolgere lo status quo per ridisegnare un nuovo ordine mondiale nel quale contano i rapporti di forza tra i Paesi, dove si afferma il più forte e dove le vecchie alleanze contano poco, e dove invece le priorità sono le convenienze degli Stati Uniti. Minacciando dazi, Trump intende ottenere quello che ha in mente fin dall’inizio dei negoziati. È una tattica rischiosa, che gli economisti sconsigliano, ma che spesso funziona pur determinando possibili conseguenze dirette sull’economia. La guerra dei dazi inoltre è uno strumento che va letto all’interno della più ampia strategia di Trump per creare le condizioni di un quadro globale cristallizzato con il ritorno alle sfere di influenza dei grandi Paesi che per Trump sono tre: Usa, Cina e Russia. E l’Europa? Per Trump non esiste poiché concepisce soltanto le relazioni internazionali sulla base dei rapporti bilaterali tra Paesi. Le minacce commerciali all’Europa vanno viste quindi anche in quest’ottica, che si tira dietro, anche la scarsa considerazione per l’Ue nei negoziati sull’Ucraina e su Gaza.
Naturalmente, anche negli Stati Uniti c’è una parte importante del mondo industriale e della politica che guarda alla guerra dei dazi con preoccupazione. Le regole di base dell’economia e le passate esperienze insegnano che una conseguenza diretta per chi impone dazi è quella dell’aumento dell’inflazione e un’inflazione alta incide inevitabilmente su crescita e sviluppo.
Ma poiché il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, pare che un numero sempre più numeroso di ricchi americani stia trasferendo fondi in Svizzera per proteggere i propri asset dall’incertezza legata alla presidenza di Donald Trump. Banchieri e gestori patrimoniali hanno registrato un aumento delle richieste per conti bancari e d’investimento svizzeri, conformi alle regole fiscali Usa. Molti membri dell’élite Usa temono una crisi economica imminente e di diventare bersagli dell’amministrazione Trump. Secondo i media, centinaia di milioni di dollari stanno uscendo dalle casse americane. Gli esperti del settore fanno sapere che la situazione ricorda la crisi finanziaria del 2008, quando si temeva il collasso delle banche statunitensi. Oggi, la preoccupazione è che Trump possa adottare misure impreviste che limitino l’accesso ai fondi detenuti negli Usa. Gli americani non sono tecnicamente in grado di aprire conti bancari svizzeri a causa del Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), ma se un consulente svizzero è registrato presso la Securities and Exchange Commission Usa può aprire conti e gestire il denaro per i clienti.



