Sparo e rinculo. Dopo aver gettato nel panico le borse di mezzo mondo causando la volatilizzazione di miliardi di dollari, euro e yen con l’indiscriminata sventagliata di dazi, Donald Trump chiude la sua bestiale settimana (costellata dalla caduta di stile con la dichiarazione su una sua parte anatomica), con la moratoria di 90 giorni sull’applicazione delle tariffe imposte ad amici e nemici (e qui aleggia anche il terribile sospetto di aver favorito operazioni di insider trading). Restano quelle minime al 10% e i dazi su acciaio, alluminio e auto, ma intanto il tycoon pressato dai consiglieri più stretti della Casa Bianca ha capito che il provvedimento stava creando più danni che giovamento effettivo all’economia interna. Trump invece è sempre convinto che a medio termine i risultati si vedranno.
La recente decisione del magnate comunque segna un inaspettato cambio di strategia. In un momento di crescenti tensioni commerciali e geopolitiche, questa mossa ha colto di sorpresa molti osservatori. La marcia indietro di Trump può essere spiegata con l’intenzione punitiva di utilizzare i dazi per poi giungere alla negoziazione di contropartite, prima di tutto gli acquisti dei titoli di Stato. L’ultima asta a dieci anni ha evidenziato un record storico di sottoscrizioni dall’estero, per cui è un primo test superato alla base del quale potrebbe esservi accordi taciti con il resto del mondo: “acquistate Treasury (per esempio attraverso fondi sovrani o fondi pensione ecc.) e in cambio io sarò clemente sui dazi”. Non è casuale che la sospensione dei dazi sia arrivata pochi minuti dopo l’esito dell’asta sui titoli di Stato.
Tra le strategie elaborate da Trump sta sfumando quella secondo la quale il tycoon vorrebbe reindustrializzare il Paese, ma si tratterebbe un’impresa pressoché impossibile in mancanza di operai. È possibile perciò anche un’altra lettura, come ha già scritto su questo giornale Massimo Spread. Quella di chi dice che Trump non è solo caos, ma ha un disegno preciso: tenere alta la pressione su Pechino, usare il caos per costringere la Cina al tavolo delle trattative, isolandola dal resto del mondo.
«La finalissima è sempre più Usa/Cina – conferma Antonio Cesarano, esperto di dinamiche macroeconomiche globali e mercati – partita dal fronte commerciale, poi in fase di trasferimento sul piano finanziario (dollari e Treasury) con un termometro sempre più caldo su altri piani, vista l’intensificazione delle cosiddette esercitazioni cinesi nell’Indo Pacifico intorno a Taiwan. È verosimile immaginare che il confronto tenderà a continuare, con alterne vicende passando per fasi più negoziali ad altre più di scontro, ma mediamente con intensità crescente».
In realtà Trump sta anche cavalcando il malcontento della parte interna del Paese (quella parte che lo ha sostenuto massicciamente alle elezioni), stanca di pagare i costi elevati del ruolo degli Stati Uniti di guardiano del mondo, preferendo piuttosto rimettere nelle tasche dei contribuenti i soldi risparmiati tramite taglio alle tasse. I dazi appaiono uno strumento negoziale per ottenere diverse contropartite, alcune finanziarie (l’acquisto dei Treasury), altre commerciali (maggiori esportazioni). Una parte dei dazi probabilmente rimarrà, perché Trump non vuole giocarsi la faccia (anche in vista delle elezioni di Midterm) ma le aliquote annunciate il 2 di aprile potrebbero rappresentare solo una base di trattative al ribasso per raggiungere ragionevoli accordi. Discorso a parte il caso cinese, dove lo scontro è frontale e i margini di trattativa sono più limitati.



