L’economia filosofica e teologica di Papa Francesco: il Vangelo contro il mercato

mercoledì, 23 Aprile 2025
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C’è un Papa che non fa sconti. Che non indossa guanti bianchi quando parla del mondo, ma affonda le mani nella marmellata del potere economico e ne tira fuori verità che bruciano come sale sulle ferite. Papa Francesco, “quello venuto dalla fine del mondo”, ha lo sguardo di chi ha vissuto abbastanza per non credere alle favole della crescita infinita. E dice cose che nessuno vuole sentire: che oggi l’economia uccide.

“Questa economia uccide”, ha dichiarato. Non lo ha detto tra i velluti delle sagrestie na tra le ciminiere spente e le periferie abbandonate. Ha tolto la polvere dalle parole come un artigiano della coscienza, e ha rimesso a fuoco ciò che davvero conta: l’uomo, non il capitale.

Francesco non crede nei dogmi del mercato, ma in quelli del Vangelo. E nel Vangelo, i mercanti vengono cacciati dal tempio, non premiati con stock option. “Il denaro deve servire, non governare”, ha detto, rovesciando secoli di idolatria finanziaria.

Questa posizione trova eco in pensatori come Amartya Sen, che nella sua Economia è per l’uomo ricorda come il benessere non si misuri solo in PIL ma in libertà sostanziali. O in Karl Polanyi, che già nel 1944 denunciava l’economia di mercato come una forza disumanizzante che trasforma tutto – terra, lavoro, moneta – in merci.

Un esempio? La finanza speculativa. Un fondo d’investimento rileva una fabbrica, licenzia metà dei dipendenti, taglia i costi, rivende e realizza un profitto. L’indice azionario sale. Ma il padre di famiglia che ha perso il lavoro non può comprare le scarpe al figlio. È questo il “successo” del mercato?

Francesco prende posizione netta: non è un’economia a misura d’uomo. E non è un’economia secondo Dio.

Il Papa ha una fissa, ed è una fissa rivoluzionaria: il lavoro. Non quello da ufficio vista skyline, ma quello vero, che sporca le mani e raddrizza le vite. In un’epoca in cui un algoritmo decide chi può lavorare, Francesco ribadisce che il lavoro è dignità, non merce. Qui il pensiero sociale della Chiesa si innesta con la dottrina della giustizia distributiva di Aristotele e con la “giusta mercede” di Leone XIII.

I rider, ad esempio. Ragazzi che consegnano cibo a domicilio con un cellulare in una mano e la paura nell’altra. Per l’economia dominante sono “unità produttive flessibili”. Per Francesco sono figli. E da padre, li difende.

Da questa visione è nato The Economy of Francesco: un progetto globale per giovani economisti, imprenditori e changemaker. Non un think tank, ma un “do tank”. Non a Wall Street, ma ad Assisi. Lì, dove il silenzio pesa più del rumore, si costruisce un’economia diversa: inclusiva, sostenibile, solidale.

Una ragazza filippina ha detto: “Voglio un’economia che non costringa mia madre a lavorare 16 ore al giorno come domestica a Dubai.” Francesco non ha risposto con un diagramma a torta, ma con un abbraccio. Perché lì, nel concreto, si incarna la dottrina.

L’economia di Francesco si colloca nella scia della Dottrina Sociale della Chiesa, ma ne è anche una rottura profetica. Non si limita a condannare l’avidità, ma mette in discussione l’intero impianto capitalistico neoliberale. In questo senso, ricorda l’economia civile di Antonio Genovesi: corrente che vede l’uomo non come consumatore, ma come cittadino in relazione.

Per questo Francesco è temuto nei summit. Perché non si può quotare in Borsa la misericordia, né includere la solidarietà nei rendiconti trimestrali. Il suo non è un piano industriale, ma una parabola. E come tutte le parabole, chiede di scegliere.

L’economia di Papa Francesco è un sasso lanciato contro le vetrine del capitalismo autoreferenziale. Non cerca compromessi, non promette dividendi. Promette solo giustizia. E questo fa paura.

Ora la palla passa a noi. Chi avrà il coraggio di raccogliere quest’eredità – scomoda, impopolare, umanissima – dovrà scegliere: stare dalla parte di chi moltiplica i capitali o di chi spezza il pane. Il Papa ha scelto. Da buon gesuita. Tocca a noi decidere se restare nel coro dei complici o uscire, finalmente, a gridare.

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