Non sarà Pietro (Parolin), ma forse sarà nero

giovedì, 24 Aprile 2025
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Mentre i fedeli affollano San Pietro per l’ultimo saluto a Papa Francesco, proseguono sotto traccia le manovre per l’elezione del successore in vista dell’ imminente conclave.

Nelle ultime ore i media stanno pompando la candidatura del cardinale Fridolin Ambongo Besungu proveniente dalla Repubblica del Congo ritenendo maturi i tempi perché al soglio di Pietro arrivi un papa africano.

Ma in realtà non è soltanto il colore della pelle a rendere papabile il porporato congolese, in un conclave in cui probabilmente la scelta sarà determinata più da fattori geopolitici che da orientamenti teologici e politici (l’eterno scontro conservatori e progressisti).

Sullo sfondo il futuro della sinodalità che Papa Francesco ha elevato a sistema per assumere le decisioni fondamentali sul futuro della Chiesa.

Rumors sempre più consistenti riferiscono che si starebbe creando all’interno del collegio
cardinalizio un’ampia fronda di cardinali conservatori e moderati decisi a non andare oltre Francesco, ovvero a contenere le desiderate innovazioni sinodali considerate da più parti troppo rivoluzionarie.

Soprattutto c’è il timore dell’elezione di un ultra progressista come il lussemburghese Jean Claude Hollerich su cui si starebbe riversando il gradimento dei cardinali convinti di dover imprimere invece una svolta epocale sul terreno delle riforme, proseguire il lavoro iniziato e andare oltre, dando attuazione all’agenda modernista della Chiesa.

I nodi sul tappeto sono quelli noti a tutti; superamento dell’obbligo del celibato sacerdotale, ordinazione episcopale delle donne, ripresa del processo sinodale e completamento del percorso di democratizzazione della Chiesa con il riconoscimento della piena autonomia in campo pastorale e dottrinale delle conferenze episcopali; e ancora, nuovi approcci ai temi della sessualità, superando la condanna della contraccezione e aggiornando anche la pastorale su tematiche particolarmente delicate come l’aborto, l’eutanasia, le coppie di fatto ecc.

Tutti argomenti che hanno sempre visto il cardinal Hollerich aperto al dialogo, in nome dell’esigenza di un adattamento della dottrina alle istanze della società contemporanea.

Hollerich per esempio ha più volte manifestato l’esigenza di rivedere l’intero catechismo della Chiesa  sull’omosessualità, troppo ancorato ad antichi pregiudizi da superare, in nome di un adattamento del Vangelo ai tempi moderni.

I conservatori sono consapevoli di non avere la forza per poter eleggere un candidato marcatamente tradizionalista modello Muller, Burke, Sarah, Erdo e quindi ecco la possibile soluzione rappresentata da Besungu: il quale ha ricevuto la porpora cardinalizia da Papa Francesco che lo ha sempre stimato e apprezzato per le sue posizioni fortemente critiche contro il neocolonialismo occidentale e le sue accuse al sistema capitalistico mondiale che ha ridotto il continente africano in miseria.

E’ inoltre un grande promotore di pace e molti lo hanno paragonato a San Oscar Romero, nell’aver denunciato pubblicamente in Congo le derive autoritarie del presidente Kabila, per aver protestato contro la repressione del dissenso e aver sostenuto i movimenti di protesta.

Inoltre è molto attivo nella difesa dell’ambiente, nella lotta al cambiamento climatico e contro lo sfruttamento delle risorse naturali.

Ha criticato l’esortazione Fiducia Supplicans della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha ammesso la benedizione delle coppie Lgbt e ha ripetutamente difeso la famiglia fondata sul matrimonio accusando l’Occidente di promuovere l’omosessualità a scapito dell’ incremento demografico.
Critiche però che non hanno scalfito in alcun modo la stima e la fiducia di papa Francesco nei suoi confronti, visto che comunque per Bergoglio le posizioni pro o contro il mondo Lgbt non hanno mai rappresentato un fondamentale parametro di giudizio rispetto ad altre priorità.

Sarà dunque Besungu uno dei grandi favoriti?

Nel momento in cui la Chiesa di Francesco per dodici anni ha battuto come un martello sul tema dell’immigrazione, diventerebbe controproducente bocciare un Papa di colore che in questi anni, in perfetta sintonia con Bergoglio, ha sempre sostenuto le ragioni dell’accoglienza e della solidarietà verso i migranti, pur ribadendo nel contempo in perfetto spirito wojtyliano il diritto di non emigrare dalla propria terra, creando eque condizioni di sviluppo per tutti i popoli.

Ecco quindi che per i cosiddetti progressisti potrebbe diventare inevitabile mettere da parte le ambizioni di Hollerich e puntare su un nome in grado di neutralizzare l’operazione Besungu: e il candidato più accreditato in questo caso sarebbe l’ex arcivescovo di Manila e teologo filippino Luis Antonio Tagle, considerato in questo momento un papa strategico nell’ambito del dialogo fra Vaticano e Cina date le discrete relazioni che intercorrono fra il porporato e Pechino.

Pare che sarà proprio sulla provenienza continentale e sulle strategie geopolitiche internazionali che si giocheranno le alleanze nel conclave, molto più che sui temi etici e i principi dottrinali che dividono maggiormente i cardinali.

Tagle è di idee sicuramente progressiste ma non radicali, e può risultare determinante nel risvegliare la fede nel territorio asiatico (come fece Giovanni Paolo II in Polonia e nell’Est Europa) e soprattutto in Cina favorendo finalmente la riunificazione dei cattolici cinesi divisi fra l’obbedienza al papa e quella al governo. Insomma, se i conservatori per uscire da una condizione di inferiorità sono pronti a giocarsi la carte del papa africano e nero, ecco che sull’altro fronte c’è chi risponde in asiatico puntando sull’esigenza di un dialogo sempre più proficuo con il mondo dagli occhi a mandorla, radicando la Chiesa in territorio da cui è stata per troppo tempo emarginata.

Africa contro Asia dunque, con la possibilità sempre più concreta che possa entrare in gioco anche il Medio Oriente con la candidatura del patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, che pur essendo italiano è comunque identificato con il suo proficuo impegno in Terra Santa per la pace fra israeliani e palestinesi e per il dialogo fra le religioni.

Porporato che è ritenuto fortemente papabile per il suo essere sopra le parti, non avendo mai assunto posizioni scomode sui temi più divisivi, ma anzi richiamando spesso i suoi colleghi cardinali a parlare più di Dio e meno dei problemi del mondo, ricordando che la Chiesa si regge sulla fede e che è compito primario dei pastori saperla comunicare e trasmettere. Troppo giovane per qualcuno, ancora troppo fresco di nomina cardinalizia per altri, ma per molti il profilo più autenticamente moderato del conclave e il più capace di guidare la Chiesa nel marasma delle tensioni e dei conflitti internazionali.

E Parolin? Lui resta il grande favorito come segretario di Stato, incarico che lo rende particolarmente autorevole, oltre che capace di mediare fra le varie fazioni in campo come ha saputo del resto fare in tutti questi anni.

Il nome forte del conclave resta il suo e alla fine l’essere rimasto al fianco di Francesco in questi dodici anni mantenendo intatta la fiducia del pontefice nel suo operato, lo rende capace di unire il fronte bergogliano e di
poter anche ottenere consensi tanto a destra che a sinistra. In più ha dimostrato doti diplomatiche senza dubbio ineccepibili. Ma c’è anche chi dice che un eccellente diplomatico non è detto che sappia essere anche un buon pastore.

E dopo un Papa dal carisma fortemente pastorale come Bergoglio, un papa curiale espressione della
nomenclatura vaticana, un uomo con addosso l’odore del potere più che quello delle pecore (simbologia quella del buon pastore tanto cara a Francesco) potrebbe non garantire quella continuità da più parti auspicata ed invocata.

Diversamente dall’ arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi le cui quotazioni però sembrerebbero in deciso calo e che molti indicano come grande elettore di Tagle. Lui stesso ha escluso l’eventualità dell’ elezioni quasi chiamandosi fuori dai giochi, ma lo fece anche Roncalli nel 1958 promettendo ai veneziani che sarebbe morto in laguna e sappiamo tutti come andò a finire.

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