Nucleare. Appello della Flaei-Cisl al ministro Fratin: “Attenzione a non smembrare i depositi di rifiuti radioattivi. Ecco i pericoli”

giovedì, 8 Maggio 2025
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Dopo le dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Pichetto Fratin, secondo il quale “stiamo ragionando su nuovi depositi di rifiuti radioattivi a bassa intensità piuttosto che sul deposito unico nazionale, tutti con i massimi requisiti di sicurezza”, come Flaei-Cisl, sindacato molto rappresentativo del comparto elettrico, abbiamo sentito il dovere di intervenire.

Noi, alla luce della nostra esperienza sul campo, ribadiamo la necessità della soluzione dell’unico deposito nazionale e parco tecnologico come occasione storica che non possiamo mancare, specialmente in questo momento dove si sta concretamente avviando in Italia “l’opzione nucleare”.

Se risultasse confermato quanto detto dal ministro si tradurrebbe in una incomprensibile sconfessione della necessità del deposito unico nazionale ed in un altrettanto incomprensibile superamento della carta dei siti idonei, alla cui redazione sono state improntate risorse e anni di lavoro.

La creazione del deposito unico è parte fondamentale del programma nazionale del 2019, quale obbligo inderogabile verso la Commissione europea e costituisce tuttora il fulcro di tutta la produzione normativa sul tema in oggetto.

L’intero decommissioning si regge infatti, su decreti ministeriali, autorizzati su parere positivo dell’Isin, che prevedono come condizione propedeutica alle relative operazioni, l’entrata in esercizio del deposito unico nazionale, già introdotto nel 2004 nell’emergenza nazionale.

L’eventuale venir meno della soluzione del deposito unico, equivarrebbe ad aprire uno scenario disastroso sotto vari profili. Va infatti sottolineato che il previsto deposito unico sarebbe destinato ad ospitare non tanto i rifiuti radioattivi delle centrali e dei siti del combustibile nucleare, ma soprattutto i rifiuti radioattivi medicali e della ricerca che ormai hanno superato il limite di capienza di Casaccia.

Inoltre, il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi si riferisce ai rifiuti diversi dai materiali radioattivi derivanti dalla disattivazione delle centrali e quelli pregressi, riguardando i rifiuti che continuano ad essere prodotti negli usi civili, con obbligo di smaltimento a carico dei produttori/detentori.

Come stabilito al comma 104 dell’articolo 1 della legge n. 239/2004, tutti i soggetti produttori e detentori di rifiuti radioattivi dovranno conferire al Deposito Nazionale con “i tempi e le modalità tecniche definiti con decreto del Ministero dello sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, anche avvalendosi dell’organismo per la sicurezza nucleare.

Cosa accadrebbe se dovesse venir meno il progetto del Deposito Unico?

Da non sottovalutare, inoltre, la questione della disattivazione degli impianti e delle centrali nucleari dismesse. Le operazioni connesse alla disattivazione, già autorizzate, hanno come obiettivo finale il rilascio dei siti privi di vincolo radiologico.

È evidente come tale condizione contrasti con la presenza di depositi provvisori per rifiuti radioattivi che diverrebbero nuove installazioni nucleari destinate allo smaltimento definitivo di tali rifiuti.

Ma i depositi per lo smaltimento definitivo risultano incompatibili con la natura e le condizioni delle aree che ospitano le centrali e gli impianti. Isin non modificherebbe i pareri e le prescrizioni adottate per assentire l’emanazione dei decreti ministeriali già approvati ed il decommissioning finirebbe quindi per essere sospeso.

La stessa Legambiente dice no all’idea di abbandonare il deposito unico. L’associazione ambientalista sottolinea come sia preferibile la scelta di “un sito unico ben studiato”, evidenziando come esso “sia meno pericoloso”.

Le comprensibili difficoltà legate all’individuazione di un sito unico per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, sul quale quasi tutti risultavano favorevoli, tranne poi contestarne l’ubicazione nel proprio territorio (effetto Nimby), non possono essere superate moltiplicando i siti ove localizzare depositi di minori dimensioni, perché questo comporterebbe solo una moltiplicazione dell’effetto Nimby.

Né basterebbero le “minori dimensioni” a rassicurare le popolazioni dei territori interessati, stante la natura immutata dei materiali stoccati. E visto che ognuno di tali impianti richiederebbe comunque il rispetto dei “massimi requisiti di sicurezza”, questo si tradurrebbe in una moltiplicazione inspiegabile e poco accettabile degli oneri economici ai danni dello stato, con ricadute sulla collettività.

Un onere che andrebbe a sommarsi alle spese già sostenute da anni per portare a compimento la soluzione del deposito unico nazionale.

Siamo, infine, preoccupati per la ricaduta che questa scelta implicherà riguardo il futuro industriale del Gruppo Sogin- Nucleco per il possibile venir meno, ad esempio, delle attività di realizzazione e gestione del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico per legge affidate a Sogin, le attività di decommissioning previste in previsione della realizzazione del Deposito Nazionale, oltre alla gestione del servizio integrato in capo alla società Nucleco.

di Andrea Ronci
Segretario nazionale Flaei-Cisl

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